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sabato 15 settembre 2018

Mariana Cinalli, La vita è una rima

Titolo: La vita è una rima
Autrice: Mariana Cinalli
Pagine: 64
Prezzo: € 10,00 (cartaceo)
€ 3,99 (ebook)


Trenta componimenti, affiancati da illustrazioni, che traducono temi astratti in un linguaggio trasparente e trasformano le parole in immagini e colori. "La vita è una rima" è una raccolta di filastrocche per spiegare concetti "grandi" ai più piccoliOgni componimento è dedicato a un tema in particolare, di cui porta il titolo, come "Le parole magiche", "La solidarietà" o "Il senso civico".  
    Nonostante questa premessa, è bene sottolineare che non si tratta affatto di un libro solo per bambini, ma può essere letto da persone di tutte le età. Noi "grandi" spesso dimentichiamo le cose più semplici, che tra queste pagine tornano a splendere con innocenza e disincanto allo stesso tempo. Pensato per i più piccoli, quindi, come mezzo per spiegare sentimenti e aspetti dell’esistenza, “La vita è una rima” è rivolto anche agli adulti, come spunto di riflessione
    Amore, famiglia, amicizia, ma anche morte, divorzio, tristezza trovano una loro descrizione in queste pagine, in cui viene ricamato il valore della vita, nei suoi momenti di luce ma anche nelle sue ombre. Non solo tematiche positive, ma anche parole più complicate per spiegare che... la vita è una rima!
     La vita è una rima, non sempre baciata, a volte alternata. Si incrociano le vite, si alternano momenti di euforia a quelli di malinconia. La vita è una rima, dalle filastrocche di quando sei bambina alle consonanze adolescenziali: rime imperfette che impari ad amare da "grande". La vita è una rima, a volte forzata, a volte sciolta, libera, contorta. La vita è una rima, quando ami, ma anche quando sei triste, quando condividi e anche quando ti senti più solo.    
     Libro edito nel 2018, nasce dall'amore profondo per i bambini e da un impegno vissuto nel quotidiano. L'autrice Mariana Cinalli è conosciuta anche come "Sorrisino" quando, volontaria dei clowndottori, porta il suo sorriso, appunto, nelle stanze degli ospedali. Parte del ricavato ottenuto dalla vendita verrà infatti devoluto in beneficenza all'associazione di volontariato di cui fa parte: Ricoclaun. Acquistando questo libro, dunque, (disponibile anche in e-book e presto in audio-libro) ci si farà un doppio regalo: il piacere della lettura - magari rivolta a un bambino - e il piacere di donare un sorriso.

lunedì 13 agosto 2018

Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini

    Il titolo è tornato a circolare in Italia - tra la curiosità di quanti non lo conoscevano e il compiacimento dei lettori consapevoli del suo valore - dopo essere stato scelto come spunto per l'analisi del testo della prima traccia di Italiano negli Esami di maturità del 2018. Con il tocco aristocratico del doppio cognome e l'atmosfera bucolica evocata dall'idea ordinata di una distesa verde, "Il giardino dei Finzi-Contini" è un romanzo del 1962, firmato Giorgio Bassani. 
   Le aspettative create dal titolo sembrano essere subito smentite dall'incipit, in cui aleggia il tema della morte. Non della morte cruda e inspiegabile, però, quanto di un senso di rassegnazione, rispetto e quasi venerazione nei confronti di una morte lontana, che si è portata via il corpo di quanti non ci sono più, lasciandone però il ricordo, tangibile attraverso la memoria visiva di sepolcri e cimiteri.
     Il romanzo, di fatti, si apre nelle tombe etrusche di Cerveteri (vicino Roma), in cui il narratore si trova in visita nel 1957: occasione che - afferma nel prologo -, rimandandolo con la mente al cimitero ebraico di Ferrara, lo  spinge finalmente a esaudire il ricorrente desiderio di raccontare della famiglia Finzi-Contini. Il suo sguardo trasognato e nostalgico si sofferma sul ricordo del loro imponente monumento funebre, in cui, però, - come ci viene rivelato sin dall'inizio - solo uno dei componenti della famiglia fu effettivamente sepolto; gli altri, scomparsi nei campi di concentramento. 
    La fine dei personaggi è già annunciata. 
  Cosa ci sarà, allora, di così importante da narrare? E cosa avranno di tanto speciale i membri di questa famiglia ormai dimenticata? Un'unica risposta per entrambe le domande: il giardino. 

venerdì 3 agosto 2018

Jonathan Coe, La casa del sonno

A proposito del libro
  Ashdown. Anni '83-'84. Studenti universitari che condividono la stessa abitazione: Sarah, ragazza narcolettica dall'identità sessuale vacillante; Gregory, il suo primo ragazzo, affascinato/ossessionato dalla magia del sonno; Terry, cinefilo alla ricerca dei film perduti e delle realtà oniriche dei suoi sonni lunghissimi; Robert, il migliore amico di Sarah, follemente innamorato di lei. E poi c'è Veronica, la ragazza che fa capire a Sarah "la sua vera natura". E Ruby, la bambina testimone di un sentimento ancora poco chiaro agli occhi dei più grandi.

    Ashdown. 1996. Il vecchio alloggio universitario è una clinica per i disturbi del sonno. Sarah, insegnante, divorziata da Anthony e in visita da un analista; Gregory, direttore di Ashdown nella sua nuova veste; Terry, giornalista assimilatore di caffè, fiero di non dormire da anni; Robert, sparito nel nulla, se non per qualche lieve traccia lasciata nel corso degli anni. E poi c'è Veronica, che non parla mai delle ex, ma che ha conservato il libro simbolo della sua vecchia relazione, "La casa del sonno". E Ruby, la ragazza testimone di un sentimento che sembra essersi dissolto.

   Infine, Cloe. La sorella gemella di Robert, da cui è stato separato alla nascita: l'anello di congiunzione tra il passato e il presente.

lunedì 9 luglio 2018

Amlélie Nothomb, Diario di Rondine

"Ti risvegli al buio nella più assoluta incoscienza. Dove sono, che cosa è successo? Per un istante la memoria è cancellata. Non capisci più se sei un bambino o un adulto, un uomo o una donna, colpevole o innocente".

  Il romanzo inizia così. I temi da sviscerare tutti già nell'incipit: senso di smarrimento, perdita d'identità, commistione bene-male. Temi che sono anche alla base del genere prescelto: il noir.
    Un giovane  protagonista di sesso maschile racconta in prima persona l'evoluzione della sua identità, a partire da un punto di rottura: dopo una forte delusione amorosa, non solo diventa algido e insensibile, ma ben presto cambia lavoro, da pony-express a... assassino.
     In 88 pagine, l'assassino, il cui vero nome (e la cui identità iniziale) non si conosce, si fa chiamare "Urbano" e commette una serie di omicidi dietro ricompensa, a sangue freddo e mente lucida. Il sangue risveglia in lui l'eccitazione e il senso del piacere, tanto da iniziare a vaneggiare sull'esistenza di una donna assassina, che, ad un tratto, incontra davvero. Da lì, qualcosa cambierà irrimediabilmente e una nuova identità sembrerebbe attenderlo... 
       L'inaspettato è nelle pagine a seguire.
   Il perché del titolo - che mi sono chiesta dall'inizio, disorientata come lo stesso protagonista - appare evidente nel corso della lettura. Non è mia intenzione svelarlo, ma sappiate che racchiude in sé il significato o, per meglio dire, il segreto dell'intero romanzo.
    "Diario di Rondine" è una lettura interessante, di cui mi hanno colpito solo alcuni tratti incisivi, quali l'identità-non identità del protagonista e il ruolo del titolo. Però, sarà che non sono un'amante dei noir, non è un romanzo che mi è rimasto impresso. 
    Dietro la copertina, vi è comunque una scrittrice davvero singolare: Amélie Nothomb, autrice belga, che ha ricevuto numerosi premi letterari. Avendo vissuto la sua infanzia in Giappone, e poi in Cina, New York e Bangladesh prima della maggiore età, la sua cultura variegata e dagli orizzonti aperti ha di sicuro influenzato la sua produzione narrativa.
    Mi darò certamente altre chance per conoscerla meglio. Curiosa di leggere "Stupore e tremori" e "Igiene dell'assassino".

Alcune bellezze saltano agli occhi e altre sono geroglifici: ci si mette del tempo a decifrare il loro splendore ma, quando ormai è evidente, è più bello della bellezza stessa.

domenica 8 luglio 2018

Elsa Morante, La Storia

La "paralisi dell'infelicità" nel secondo dopoguerra: 
una narrativa metastorica    

Se Elsa Morante avesse avuto la possibilità di continuare a scrivere, dopo i puntini di sospensione che "chiudono" La Storia, forse non avrebbe aggiunto altro: tutto quello che doveva dire è stato detto e nulla, dall'ultimo anno citato, il 1967, è realmente cambiato. Basta leggere questo passaggio per rendersene conto:

   In luogo di servire all'uomo, le macchine lo asserviscono. Lavorare per le industrie e comperarne i prodotti diventano le funzioni essenziali della comunità umana. Alla proliferazione delle armi si accompagna una proliferazione di beni di consumo irrisori e subito scaduti per le necessità del mercato (consumismo). I prodotti artificiali (plastiche) estranei al ciclo biologico trasformano la terra e il mare in un deposito di rifiuti indistruttibili. Sempre più si allarga, sui territori del mondo, il cancro industriale che avvelena l'aria, l'acqua e gli organismi e assedia e devasta i centri abitati, così come snatura e distrugge gli uomini condannati alle catene nell'interno delle sue fabbriche. Per l'allevamento sistematico di masse di manovra al servizio dei poteri industriali, i mezzi di comunicazione popolari (giornali, riviste, radio, televisione) vengono usati per la diffusione e la propaganda di una 'cultura' deteriore, servile e degradante, che corrompe il giudizio e la creatività umana, occlude ogni reale motivazione dell'esistenza, e scatena morbosi fenomeni collettivi (violenza, malattie mentali, droghe).

   Nonostante numerosi fatti siano accaduti fino ad oggi, la situazione generale sembra bloccata, o meglio paralizzata, a quanto descritto dalla scrittrice romana in questo capolavoro: asservimento delle macchine, armi, consumismo, inquinamento, mass media, droga sono tematiche assolutamente attuali
    Non è semplice aggiungere altro su questo libro: quello che doveva essere spiegato è stato spiegato. Mi "limiterò", dunque, - sebbene di limite non si tratti - alla descrizione di due concetti fondamentali per la comprensione del testo in questione: la "paralisi dell'infelicità" e quella che definisco una "narrativa metastorica". Il mio giudizio, qui, è piuttosto superfluo: inutile ribadire la magnificenza di un tale capolavoro, ma sicuramente aggiungerò due parole al riguardo.

    "La Storia", pubblicato nel 1974, è un romanzo storico di duplice natura: corale e individuale. Ognuno dei due aspetti è visceralmente connesso all'altro: è un romanzo corale perché la vera protagonista è la Storia, quella con la lettera maiuscola che dà il titolo all'intero romanzo, ovvero i fatti accaduti nella seconda metà del Novecento, che coinvolgono numerosi protagonisti, le cui vicende si intrecciano a quelle della maestra Ida Ramundo; ma è anche un romanzo che definirei "individuale", incentrato, cioè, sul ruolo del piccolo Giuseppe, conosciuto come Useppe, su cui i fatti storici da un lato si riversano direttamente, dall'altro sembrano appartenere ad una dimensione altra. Mi spiego meglio.

    Useppe, secondogenito di Ida, nasce nelle prime pagine del libro come risultato di una violenza "storica" e fisica, e la sua vita procede scandita dal ritmo degli anni del dopoguerra e da quello dei capitoli del romanzo. Ci troviamo nella Roma stuprata dalle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale, descritta attraverso la violenza fisica del giovane soldato tedesco Gunther sulla indifesa maestra Ida. Da questa doppia violenza nasce Useppe, bambino precoce dagli occhi azzurri, che conservano già in sé il presagio finale (inevitabile data l'immedesimazione del piccolo e con la Storia e con il libro, in un'ottica di immedesimazione metanarrativa). Ida, vedova di Alfio Mancuso e già madre dell'adolescente Antonio, detto Nino o Ninnuzzu, nasconde il segreto della nuova gravidanza con la sua silenziosa riservatezza, ma con una forte determinazione.
    Da questo momento la vita di Useppe procede come quella di un qualsiasi bambino alla scoperta del mondo, ma la sua sorte è intrecciata a quella della Storia: se da un lato i suoi occhi si riempiono delle violenze e della miseria della guerra, la Storia sembra non scalfire troppo la storia del piccolo, che cresce e gioca e scopre il mondo. 
   Il suo ruolo si accentua nel corso della lettura, fino a diventare decisivo nell'ultimo capitolo, quando il suo vagare con il pastore abruzzese Bella ne fa un esempio di neorealismo e picarescaPrima di giungere all'ultimo capitolo, però, la sua è una figura quasi secondaria, un personaggio messo lì per sottolineare la miseria e i sacrifici della madre Ida, i cui spostamenti - inevitabili dopo la distruzione della loro casa - danno modo di porre l'attenzione su tanti altri personaggi incontrati lungo il percorso, dalla numerosa famiglia de I Mille, durante la permanenza a Pietralata insieme agli sfollati, a Carlo Vivaldi, poi conosciuto col vero nome di Davide Segre, alla famiglia Marrocco che li ospitano in un secondo momento. Ida, con la sua estrema riservatezza, porta con sé un doppio segreto: l'identità nazista del padre di Useppe e l'origine di lei per metà ebraica.
   Ogni capitolo porta come titolo un anno, dal generico "19**" che ne racchiude diversi, agli anni specifici come "1941", "1942" e così via fino al "1947", aprendosi sempre con la rassegna dei fatti principali accaduti in quei mesi. Tali fatti incombono in un modo o nell'altro sulla vita di Ida e delle persone che la circondano, tanto che l'intero romanzo può essere definito un'enciclopedia sulla Seconda Guerra Mondiale e le sue conseguenze, racchiudendone il punto di vista storico, ma anche quello familiare, filosofico, per non parlare dell'eredità ideologica, evidente in riflessioni sociali sulla classe operaia e sulla borghesia, ma anche teologiche
   La vera vittima della Storia, però, non è Ida, né il figlio Nino o Davide Segre, le cui tragiche sorti sono direttamente collegate alla guerra, ma Useppe: è lui, il più piccolo, figlio di ebrea e nazista, figlio della doppia violenza, figlio della guerra a essere l'unica vera vittima e l'unico vero protagonista. La storia e quella Storia nascono e muoiono con lui. Dopodiché ci saranno altre storie e un'altra Storia, che continua ignorando lo strascico delle sue conseguenze. In Useppe, quindi, si concentra la riflessione sulla Storia, come se attraverso il suo personaggio si riflettesse tutto ciò accaduto prima, durante e dopo la sua nascita. In altre parole, la narrazione delle sue vicende serve come punto d'appoggio alla riflessione metastorica.

    Altro punto, citato per primo ma meglio comprensibile dopo aver chiarito la natura del libro, è il concetto di "paralisi dell'infelicità", espresso da Davide all'amico Nino, in occasione della sua esperienza come operaio, con queste parole:


Era [...] la paralisi dell'infelicità. Per qualsiasi azione reale, non importa se faticosa o rischiosa, il movimento è un fenomeno di natura; ma davanti all'irrealtà contro natura di una infelicità totale, monotona, logorante, ebete, senza nessuna risposta, anche le costellazioni - secondo lui - si fermerebbero...


    La paralisi, concetto chiave nella narrativa di Joyce, si carica di un significato ancora più grave e probabilmente insuperabile: di fronte all'assurdità della guerra tutto si ferma; il mondo è bloccato, la società immobilizzata, i movimenti vitali spezzati. Ciò accade perché i fatti storici di metà Novecento si rivelano tanto impensabili da apparire irreali e l'irrealtà del fenomeno paralizza la natura stessa, capace di agire e reagire solo nel campo del reale. La Storia, di fatti, appare più irreale della storia di Useppe: la finzione sembra più credibile della realtà. 
    Elsa Morante ha saputo coniugare testimonianza ed estro creativo in un tessuto organico, completo, struggente, realistico, straziante, coinvolgente.

    Ho letto questo romanzo di poco più di 600 pagine in questi giorni d'estate. La propensione più diffusa è quella di dedicare la calda stagione a letture "leggere", contrariamente a quanto sto facendo io, in vena di colmare i vuoti dei classici approfittando del maggior tempo a disposizione. Per i classici, però, non c'è un momento ideale, o per meglio dire è sempre il tempo ideale. "La Storia" è un romanzo che deve essere assolutamente letto, riletto, approfondito e per cui non bastano queste impetuose riflessioni a descriverlo. Ne avrei mille altre da fare, ma non sono qui a scrivere una tesi di laurea, solo a raccomandare la lettura del capolavoro, dando una mia personale breve interpretazione.
    Nonostante le 600 pagine e le tematiche profonde, la narrazione, ben cadenzata, trascina il lettore con sé, anche se si legge al mare, sotto l'ombrellone. Lo stile è pulito, elegante, il linguaggio chiaro, i registri variegati. Particolarità degna di nota è l'uso del punto di vista di una narratrice, la quale racconta le vicende dei Ramundo-Mancuso e della società di quello spaccato, nel suo anonimato a mo' di testimonianza dettagliata, talvolta anticipando una fine presagita, inevitabile, ma che ti lascia comunque con gli occhi lucidi.

sabato 7 luglio 2018

Erri De Luca, Il giorno prima della felicità

   Il giorno prima della felicità è quel giorno più imprevedibile della stessa felicità, quel giorno che viviamo nella più totale inconsapevolezza del regalo che seguirà, quel giorno che solca una linea netta tra ciò che c'è stato e ciò che ci sarà. 

"I desideri dei bambini danno ordini al futuro. Il futuro è un domestico lento, ma fedele." 

   Ogni essere umano spera, ricerca e attende la felicità, come se questa possa essere una condizione immutabile e perenne, e non il picco instabile dell'ago di un elettrocardiogramma, pronto a ripiombare nella posizione di partenza. Il candore delle speranze infantili e le fanciullesche attese per il culmine della felicità sono esse stesse la proiezione dell'inimitabile felicità, che una volta raggiunta e, quindi, concretizzata, si disintegra in frammenti  esistenti ma tra loro inconciliabili. 


"Ti ho aspettato fino a dimenticare cosa. Mi è rimasta un'attesa nei risvegli, saltando giù dal letto incontro al giorno. Apro la porta non per uscire ma per farlo entrare."

    Per il protagonista del romanzo di Erri De Luca, il giorno prima della felicità è quello che dell'incontro con Anna, la bambina che amava spiare oltre la finestra, mentre giocava a pallone con gli amici quando era piccolo, e che, a distanza di anni, torna a rivedere. In quell'unico giorno risiede tutta la sua infanzia, tutto il suo passato, tutto ciò che lui era, prima che il misto di attese, ansie, aspettative, sogni, paure e desideri culminassero nella loro realizzazione. Il nuovo incontro con Anna, e il concomitante raggiungimento della felicità intesa come fine dell'attesa, marca un confine: quello tra l'infanzia e l'età matura, la quale segna, a sua volta, un nuovo inizio.
    Il romanzo non racchiude solo la storia di un amore idealizzato e concretizzato, ma è soprattutto la storia di un passaggio e di una crescita. che ha, come padre e figura di riferimento, il portiere Don Gaetano, depositario di altri passati e di altre storie, ma in particolare della Storia più recente, quella della Seconda Guerra Mondiale e degli eroi sconosciuti che l'hanno vissuta. È lui a consegnare al giovane protagonista il suo coltello, quale simbolo di un legame che intreccia il vecchio al nuovo, a rimarcare il passaggio.

"Lo scrittore deve essere più piccolo della materia che racconta. Si deve vedere che la materia gli scappa da tutte le parti e che lui ne raccoglie solo un poco. Chi legge ha il gusto di quell'abbondanza che trabocca oltre lo scrittore."

sabato 5 maggio 2018

Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno

    Un libro delicato e malinconico, che agisce con lentezza ma eleganza; un libro che rappresenta l'anima stessa del suo protagonista, un maggiordomo, ormai a fine carriera, che si concede, dopo una vita intera trascorsa al servizio di sua signoria, un viaggio in macchina.
   L'obiettivo è quello di raggiungere il luogo dove ora vive la vecchia collega Miss Kenton, la donna con cui collaborò, senza mai oltrepassare il limite che divide il rapporto di lavoro dalla confidenza amichevole.
   Già, perché Mr Stevens - questo il nome del protagonista - non potrebbe mai e poi mai svestire i panni del maggiordomo: essere maggiordomo significa rispettare il proprio ruolo in ogni circostanza.
    Durante il tragitto in automobile, Mr Stevens ha modo di tornare con la mente al passato, al trascorso della sua vita fino a quel momento, e riflettere su alcuni episodi relativi al rapporto con Miss Kenton o a quello con suo padre, da cui ha ereditato dignità ed eleganza per interpretare il suo ruolo, più che per svolgere semplicemente un mestiere. 

    Il concetto di "dignità" è al centro dell'intero romanzo, perché è su questa definizione che si erge il personaggio: "la dignità, in un maggiordomo, ha a che fare, fondamentalmente, con la capacità di non abbandonare il professionista nel quale si incarna". La differenza tra un maggiordomo e un grande maggiordomo è proprio qui: non nel recitare una pantomima, ma nel vivere il proprio ruolo fino in fondo, senza mai lasciarsi sconvolgere da eventi esterni.
    Non farsi sconvolgere da nessun imprevisto significa non farsi mai cogliere di sorpresa, quindi mantenere un ritmo monocorde che, per quanto eccellente e dignitoso, non prevede cambi di programma. 

    Quel che resta della vita, allora, non è nient'altro che un rispetto estremo delle proprie convinzioni che si tramuta, per gli altri, in finzione. Per Miss Kenton, il suo amato collega finge, perché non è in grado di lasciarsi trasportare dalle emozioni. Ma Mr Stevens, in realtà, non sta fingendo. Lui non fa il maggiordomo, lui è un maggiordomo e non potrebbe  mai farsi trovare "fuori servizio". 
    Un grande maggiordomo è colui che dal "quartier generale" della sua stanza dirige la casa nel suo complesso; colui che è sempre presente, ma deve passare inosservato; colui che ascolta tutto, ma non giudica mai. Un grande maggiordomo non è curioso: anche assistendo alle più segrete discussioni politiche ai tempi del secondo conflitto mondiale, non è suo dovere interessarsi di tali problematiche.
    A fine carriera, però, quando ci si sveste dei propri panni e si ha la possibilità di trovarsi da solo con se stesso ed essere finalmente "fuori servizio", allora si può riflettere su ciò che è accaduto nell'arco della giornata, nell'arco della vita intera, ma chiedersi come sarebbero andate le cose se si fossero prese scelte diverse ormai non ha senso.
    Mr Stevens completa il suo viaggio, raggiungendo l'ultima tappa. L'incontro con Miss Kenton è vicino.

   Passato e presente, in un continuo alternarsi, cullano una lettura - ripeto - delicata, accarezzata dallo stile elegante e dignitoso del maggiordomo. Incantevole.

domenica 4 marzo 2018

Daria Bignardi, L'amore che ti meriti

"L'amore che ti meriti"
Daria Bignardi
247 pagine
2014
Mondadori


   "Cosa tiene unita una famiglia quando succede una tragedia?". Il romanzo di Daria Bignardi si regge sul terreno di per sé instabile di questa domanda. 
   Una storia, due tempi, due donne a tenere insieme i frammenti di un dramma esploso anni prima.
    Ferrara. Era estate, erano felici, erano giovani. Alma e il fratello Marco, detto Maio, sono inseparabili. Tutto va per il meglio, ma solo quando la si perde, ci si rende conto di essere stati felici.
    Il veleno che intossica l'atmosfera è sprigionato dalla voglia di spingersi più in là, solo un passo oltre il confine. Confine che conduce alla scomparsa di Maio: una tragedia che scuote la famiglia che, come un albero ormai secco, fa cadere al suolo ogni foglia debole e stanca.
     Passano gli anni, Maio è ormai solo un'ombra sul presente.
    Il racconto si snoda alternando ricordi e pensieri di Alma, alle azioni della figlia Antonia, la quale viene messa a conoscenza dalla madre di un tassello scomodo del puzzle del loro passato. Antonia è incinta, e quindi invulnerabile, pronta a conoscere la verità: anni prima, Alma propose al fratello di provare dell'eroina. Solo una volta. Ma mentre per Alma è stato davvero così, il fratello proverà ancora. E ancora. 
"Non eravamo contenti né dispiaciuti, solo svuotati e stanchi, come se avessimo sbadatamente perso qualcosa di prezioso ma ce ne vergognassimo e non avessimo voglia di ammetterlo".
     La droga li divide, li cambia, li spacca dentro. E Alma vivrà la sua vita appesantita dal senso di colpa per la scomparsa di Maio.

    "Alma è una persona strana. Sembra insicura, ma in realtà è fortissima. È imprevedibile, contraddittoria. Deve decidere sempre tutto lei. È così sensibile che non si può non volerle bene, anche se è convinta di essere insopportabile e spesso lo è davvero. Quando ero adolescente non è stato facile andarci d'accordo: sembrava lei, l'adolescente, e a volte lo sembra ancora".

    Antonia, appassionata di polizieschi, messa di fronte a questa verità, decide di alleggerire la madre dal peso che per anni si è portata dentro e ripercorrere i passi del passato per risolvere l'oscuro mistero della scomparsa di Maio. Ci riuscirà?

venerdì 2 marzo 2018

Donatella di Pietrantonio, L'Arminuta

"L'Arminuta"
Donatella Di Pietrantonio
163 pagine
2017
Einaudi


   "Ero l'Arminuta, la ritornata. Parlavo un'altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza". 
    Il cuore de "L'Arminuta" sta tutto in questa manciata di parole. Primo: il significato di "Arminuta"; secondo: il senso di estraneità; terzo: l'assenza della mamma. 

    
    Primo. 
  "L'Arminuta" è la protagonista, nonché narratrice, del racconto. Si staglia sulla copertina l'essenza del suo sguardo penetrante e un bianco e nero che evoca le luci e le ombre della sua storia. Ha appena terminato la prima media quando avviene la lacerazione che cambia per sempre la sua vita: dopo gli anni trascorsi con i suoi genitori, viene affidata a una nuova famiglia, che tanto nuova non è: torna dai suoi veri genitori. Era stata cresciuta da una madre affettuosa, precisa e attenta, la quale l'aveva presa in carico, finché la genitrice naturale non ne ha rivendicato la maternità. O perlomeno questo è il motivo che viene spiegato alla piccola, nonostante si percepisca una realtà più struggente: il sospetto di un serio problema di salute di quella che credeva sua madre, Adalgisa, che l'ha costretta a rinunciare all'affidamento.

    Secondo.
   Adattarsi alla nuova famiglia non è affatto semplice. L'Arminuta, da figlia unica, si trova di colpo ad avere una sorella, Adriana, e dei fratelli, con cui dividere cibo, tempo e spazi. Niente corsi di danza o nuoto, niente cameretta per conto suo, niente libri, ma un letto da condividere con Adriana, di fronte a quello del fratello Vincenzo, che posa lo sguardo sul corpo di lei in trasformazione. In casa nulla deve andare sprecato, i soldi non ci sono, l'igiene scarseggia, il cibo va guadagnato. A scuola, diventa per tutti "L'Arminuta": un'identità che ormai la rappresenta. 
    Nonostante la pipì di Adriana che ogni notte la bagna, la freddezza della nuova madre, troppo intenta a occuparsi delle faccende domestiche e del figlio più piccolo, Giuseppe, nonostante le prese in giro dell'altro fratello, Sergio, in quella vita lentamente ci si adatta. Non può far altro. La speranza, o meglio la convinzione che si tratti solo di una situazione temporanea è viva: sa che sua madre, una volta guarita, tornerà a riprendersela.
    Quando la sorellina viene a salutarla nella nuova scuola, si sente in imbarazzo; far sapere che è la sorella di Vincenzo, considerato un delinquente dai suoi coetanei - ma intelligente dalla professoressa di italiano - la fa sentire a disagio. Proprio Vincenzo, il fratello maggiore, marca ancora di più il periodo di passaggio e instabilità che sta vivendo. 
    Quando poi tornerà in città, il doppio ritorno - questa volta in senso inverso - sottolineerà la trasformazione interiore avvenuta. Molte, troppe cose sono cambiate. Il disagio e l'imbarazzo si ripresentano, ma sotto una veste nuova. Ancora una volta, è "L'Arminuta".

    Terzo.
    L'Arminuta si ritrova nel paradosso di avere due madri, ma di non averne neanche una. Nessuna sente realmente come tale: abbandonata da entrambe, in momenti diversi, e da così diverse donne, da confondere la protagonista. Non ha punti di riferimento, manca un modello da seguire, stabile e presente. Chi è sua madre? La donna pulita e affabile che l'ha cresciuta? O quella più rozza e distratta che l'ha partorita? Quale dei due è il mondo che le appartiene? Città e paese, con le loro peculiarità, rappresentano nel concreto le differenze delle due realtà e simbolicamente i due luoghi di transito, dall'infanzia all'età adulta.

  Scritto dall'abruzzese Donatella Di Pietrantonio e vincitore del Premio Campiello, "L'Arminuta" è un romanzo che si apre sulla vita tangibile di una ragazza in crescita e sul suo dramma familiare, in cui si scontrano differenze territoriali e culturali. Vi si ritrovano alcuni dettagli tipici dell'Abruzzo, a partire dalla lingua. Il linguaggio, schietto ed essenziale, non senza un raffinato tocco di delicatezza stilistica, è caratterizzato dall'uso del dialetto, utilizzato nei dialoghi tra i personaggi del paese, per meglio delineare il ritratto di quello spaccato di società.
    Per alcuni tratti mi ha ricordato la quadrilogia di Elena Ferrante: la protagonista che spicca per la sua intelligenza e diligenza a scuola rimanda a Elena de "L'amica geniale", così come il rapporto tra L'Arminuta e Adriana rievoca l'amicizia tra Elena e Lila. Ma mentre il capolavoro della Ferrante ha bisogno di quattro volumi per completarsi, l'autrice Di Pietrantonio racchiude uno stralcio di vita che si fa parabola di significati svariati - la crisi d'identità adolescenziale, la differenza culturale, il senso di appartenenza, il dramma familiare - in sole 163 pagine.
   Mi sono immersa in questo libro in un giorno: mi ha catturato e non sono riuscita a ricacciare la testa dalle sue pagine se non dopo essere giunta all'ultima.

mercoledì 28 febbraio 2018

D'Avenia, Ogni storia è una storia d'amore

   Ultimo lavoro del giovane professore Alessandro D'Avenia, "Ogni storia è una storia d'amore" è una matassa di filo rosso che si srotola tra le vite di 36 donne. 36 sono i racconti che portano come titolo nomi femminili: Muse che hanno ispirato i loro uomini, celebri artisti che hanno tratto la loro linfa creativa dall'amore della loro compagna. 
   Un omaggio alle donne, dunque, o per meglio dire, un omaggio alla Donna che è sinonimo di Amore. Quell'amore cantato, scritto, dipinto o scolpito non avrebbe potuto essere tale senza la musa da cui i creatori hanno tratto ispirazione. Muse che sono compagne, o solo proiezioni, donne che sorreggono o donne abbandonate, donne che si sacrificano e donne che impazziscono.

"La creatività senza disciplina è un fiume senza argini: si disperde".

   Chi sarebbe lo scrittore Raymond Carver senza la sua Tess? Cosa ne sarebbe dell'opera di Ezra Pound se non ci fosse stata Olga? E Leopardi, come avrebbe mai potuto scrivere d'amore se il suo dolore non fosse stato dettato da Fanny? Fitzgerald avrebbe mai potuto dedicare la sua vita alla creazione se la sua Zelda non avesse rinunciato alla sua fetta d'arte? 
   Domande ipotetiche la cui risposta è rivelata dalla luce dei proiettori che si accendono sulle numerose "lei".  Ogni artista maschile citato nel libro avrebbe probabilmente creato ugualmente, ma avrebbe creato altro e in altro modo. Una specifica donna ha permesso loro di partorire una specifica opera. L'uomo ha bisogno della donna per creare vita, mentre la donna crea vita, ma non sempre le è permesso creare arte direttamente. La vita delle donne, più di quella degli uomini - ci testimonia la Storia e le storie - sono scandite dalla rinuncia. "Mentre lui creava tu procreavi - o si fanno libri o figli per essere immortali" afferma il narratore - l'agente di Fitzgerald - rivolgendosi a Zelda; concetto ribadito dal detto latino Aut puer aut liber, nel racconto dedicato ad Amalia Guglielminetti, poetessa amata e amante di Guido Gozzano.
     "Ogni storia è una storia d'amore" è un inno all'origine della creazione, un inno al parto, alla vita, alla genesi del sentimento, che equivale a dire un inno agli spazi bianchi tra le righe, al non detto, all'intimo delle opere: un "grazie" alla donna come incarnazione dell'origine stessa.

"Solo se si è amati e si ama si dà alla propria fragilità una destinazione. Per questo ogni storia è una storia d'amore: esistere è coesistere".

    L'amore è forza vitale che anima il mondo, energia che acutizza l'ingegno, miccia per la creatività. Artisti come il poeta Ted Hughes, il regista Alfred Hitchcock, il pittore Amedeo Modigliani si sono nutriti del nettare rispettivamente di Sylvia Plath, Alma e Jeanne per alimentare il loro spirito creativo; altri, però, hanno tratto ispirazione dal desiderio o dall'assenza dell'appagamento, come Cesare Pavese nei confronti dell'attrice ambiziosa Constance, o hanno volontariamente allontanato l'amore per inebriarsi del suo lascito, come lo scultore Auguste Rodin con la promettente allieva Camille Claudel: talvolta è il disamore, inteso come reazione a uno stato di crisi, a generare un'opera.
  A rivelarci i lati nascosti di amori passati sono le voci di narratori che hanno conosciuto i protagonisti e che si rivolgono direttamente alla donna, lasciando in ombra il "lui". Nonostante i diversi punti di vista, lo stile elegante e raffinato non muta al variare del narratore. Se lo stimato D'Avenia accetta una critica da una comune appassionata lettrice come me, non nascondo che mi sarei aspettata maggiore varietà stilistica da adattare alla scelta del narratore, per giustificare proprio tale scelta. A vari narratori dovrebbero corrispondere vari stili, per evitare eccessiva, seppur piacevole, monotonia. È come l'acqua limpida del mare che traccia una linea d'orizzonte piatta e precisa, riflettendo la luce del sole: rilassante, invitante, accogliente. Ma la bandierina rossa che mi avvisa del mare mosso si rivela inutile. Quello stesso mare ci coglierebbe di sorpresa se fosse improvvisamente scosso dal vento, anche senza allerta. 

"Per questo ogni storia è una storia d'amore, perché non possiamo pensarci se non come destini legati ad altri destini, in un tessuto sensato o il cui senso si scorgerà solo alla fine della tessitura".

     Intrecciato ai vari racconti, c'è il filo rosso del passato: la storia d'amore e disamore per eccellenza, quella di Orfeo ed Euridice, mito raccontato da Ovidio nelle sue "Metamorfosi". Undici spezzoni, dieci soste, in cui l'autore si ferma e porta avanti la sua interpretazione della storia dei due amanti, cornice che racchiude ogni altra storia d'amore raccontata. 
    D'Avenia prosegue il dialogo intertestuale intessuto già con Leopardi nella precedente pubblicazione "L'arte di essere fragili", continuando ad alimentare la comunicazione tra opere e autori di tempi e spazi diversi, annullando distanze e abbattendo silenzi. La fiamma della letteratura è ravvivata dalla riflessione su e con essa. "Ogni storia è una storia d'amore" è testimonianza di tale fiamma e parentesi finita dell'infinita comunicazione intertestuale, che solo un appassionato lettore, un curioso conoscitore e un attento creatore come l'autore può aprire.

mercoledì 21 febbraio 2018

Guerra e pace: schema dei personaggi


    Tanti, tantissimi i personaggi di "Guerra e pace", ma come poteva essere altrimenti? Questo capolavoro della letteratura russa descrive uno spaccato ben preciso della storia e della società agli inizi dell'Ottocento, per cui non potevano mancare gli intricati intrecci tra varie famiglie, a sottolineare le convenzioni sociali, i labili equilibri, i rapporti di convenienza, le passioni soffocate e la trasformazione graduale di questo impianto collettivo scalfito dalla guerra, che condurrà i russi - e non solo - a poggiare su una struttura totalmente rinnovata.
      Ho qui riprodotto lo schema rappresentativo di tali famiglie - nell'originale corredato anche da numerose frecce a seconda dei legami stretti tra i personaggi - che per me è stato utilissimo a inizio lettura. Sono convinta che possa risultare della stessa utilità anche a quei lettori privi di una spiccata memoria visiva. Frecce e scarabocchi hanno arricchito la mia mappa, ma il divertimento di scoprire come e quanto i personaggi siano tra loro connessi lo lascio a voi.
    Dopo non molti capitoli, comunque, lo schema verrà abbandonato: ogni nome si scolpisce da sé nella mente, grazie alla solida personalità dei personaggi. Qualcuno si perderà lungo il corso della storia, altri compariranno nell'ingranaggio sociale, qualcun altro scomparirà, per lasciare spazio, sempre più, a quelli che possono essere definiti i protagonisti: Pierre, Marja, Andrej, Nikolaj e Nataša.

Tolstoj, Guerra e pace


   Macigno della letteratura mondiale - e non solo in senso figurato, date le sue oltre mille pagine - "Guerra e pace" è uno di quei titoli che incute quasi timore, data la sua indiscussa importanza, ma è anche un libro che non può essere assolutamente trascurato, perché fa parte di quel ventaglio di capolavori la cui conoscenza rende un serio lettore tale.

Romanzo storico d'amore e romanzo d'amore storico
    Senza dubbio i riferimenti storici e le digressioni filosofiche lo rendono un libro impegnativo, ma oltre a essere un romanzo storico, questo grande classico è anche un romanzo d'amore, che scava nei sentimenti immortali dell'essere umano: dall'amore passionale a quello platonico, dall'amore per un padre a quello per la propria patria. 
   L'amore viene sviscerato in ogni sua manifestazione, di cui fa parte anche l'odio, in quanto assenza di amore stesso, o il timore della morte, inteso come paura di perdere l'amore. Un romanzo, dunque, che tratta di storia, alla cui base c'è l'amore, che ingloba miriadi di sentimenti tra i più svariati. O, in altre parole, un romanzo d'amore che, con i suoi infiniti tentacoli, si avventa sulla storia.


"Tutte le idee che hanno enormi conseguenze sono sempre molto semplici."

Società e inversione guerra-pace
    Tolstoj pubblica "Guerra e pace" tra il 1865 e il 1869, dopo che la trasformazione storica e sociale ivi descritta può dirsi conclusa - perlomeno in quella determinata fase, dato che nell'eterna progressione della storia nulla si conclude mai veramente. La struttura dei quattro libri, ognuno dei quali divisi in parti, a loro volta organizzati in brevi capitoli, snellisce la storia densa, collocata in un periodo che abbraccia i primi anni dell'Ottocento, per poi culminare nella campagna di Napoleone in Russia del 1812.
    Protagonista è la società, in generale, e, in particolare, la nobiltà russa del periodo, di cui si delinea la graduale decadenza causata dall'avvento della furia bellica. I numerosi personaggi (da poter visionare nel dettaglio, cliccando qui) compongono un ritratto fedele della realtà del periodo, che, sebbene regolata da convenzioni tacitamente riconosciute e rispettate, è anche ricca di quella forza irrazionale che accomuna tutti gli essere umani, al di là di ogni distanza spaziale o temporale. 
    Tra le convenzioni a cui si accennava, spicca l'uso della lingua francese, alternata all'originale russo, parlata nelle occasioni d'incontro sociale, perché considerato buon costume. Il matrimonio, inoltre, è spesso visto come un contratto di convenienza tra le famiglie: una soluzione per conservare o rafforzare equilibri economico-sociali. 
   La ribellione a tali tacite norme, anche se moderata o timida, suscita esplosioni di sentimenti, rotture di legami, reazioni imprevedibili, che fanno dei momenti di pace, quelli cioè in cui la nobiltà si riunisce nelle case delle famiglie più importanti o in occasione di eventi ufficiali, i veri momenti di guerra.  Si ha l'impressione, cioè, che la vera guerra non sia quella combattuta sul fronte, da personaggi come Andrej o Nikolaj, ma quella che esplode nei ricchi salotti di Pietroburgo o di Mosca. Nikolaj Rostov, ad esempio, talvolta percepisce la vita da militare come un rifugio dai problemi familiari, quali le difficoltà economiche o il combattuto amore per e da parte della cugina Sonja. 

La Storia nella storia
     Tra i protagonisti del romanzo, essendo la Storia parte integrante dell'intera storia, vi sono i leader politici delle due potenze, Francia e Russia: Napoleone e Alessandro I. Descritti fisicamente e interiormente, i due appaiono grandi e piccoli, personaggi e uomini, ideali e umani, potenti e miseri. 
    La seconda metà del romanzo è quella incentrata in maniera più approfondita sulla campagna napoleonica in Russia del 1812, di cui vengono descritte battaglie (come quella di Borodino), problematiche, strategie e tattiche militari. Tolstoj, con attenzione storica, ripercorre nel dettaglio i momenti salienti dello scontro tra i due eserciti, cercando di interpretare determinate scelte, facendo emergere gli stati d'animo dei militari o prendendo parte in modo oggettivo e critico a determinati dibattiti storici, cercando sempre di risalire alle cause dei fatti.


All'intelletto umano, le cause dei fenomeni sono inaccessibili nella loro totalità. Ma il bisogno di ricercare le cause è insito nell'anima dell'uomo. E l'intelletto umano, non riuscendo a entrare nell'infinità e nella complessità delle condizioni dei fenomeni, ciascuna delle quali, presa a sé, può apparire una causa, si aggrappa al primo e più accessibile punto di riferimento e dice: ecco la causa. Negli eventi storici (dove l'oggetto dell'osservazione sono le azioni umane) il punto di riferimento originario è la volontà degli uomini; poi viene la volontà degli uomini che hanno una posizione storicamente preminente, gli eroi della storia. Ma basta penetrare nell'essenza di un qualsiasi evento storico, vale a dire nell'attività dell'intera massa di uomini che hanno partecipato all'evento, per convincersi che la volontà dell'eroe della storia non solo non dirige le azioni delle masse, ma è essa stessa costantemente diretta.

    Gli eroi non sono altro che uomini i quali, grazie alla loro posizione predominante, possono esprimere una volontà, che non è la loro, non è quella della massa, bensì una volontà ancora più grande: gli eroi non ne sono che il mezzo. 
   Alessandro non è solo lo zar imponente, forte, determinato, esemplare e statuario che Petja, il più piccolo della famiglia Rostov, fratello di Nikolaj, intravede con bramosia esasperata e scalpitante patriottismo nella folla acclamante; Alessandro è anche l'uomo che combatte con altri uomini e dai cui occhi sgorgano delle lacrime impotenti. Allo stesso modo, Napoleone è il grande condottiero coraggioso, ma anche un capo militare che pecca nel dare gli ordini. Nei loro momenti di debolezza, anche gli eroi si rivelano semplicemente uomini, fragili e a loro volta dirottati.
"Il potere è la somma di tutte le volontà delle masse, trasferito per consenso esplicito o tacito sui governanti scelti dalle masse."
Enciclopedia del pensiero
    "Guerra e pace" è un'enciclopedia storica, filosofica, sentimentale, militare, umana, che racchiude i pensieri, le riflessioni e le considerazioni sulla vita nel particolare periodo descritto, sebbene determinate meditazioni diventino immortali, perché si estendono nel tempo tanto da risultare ancora attualissime.
     Come poter limitare nel tempo tematiche come l'amore, la libertà, la famiglia? Con un linguaggio chiaro, arricchito da numerose metafore per far comprendere meglio il messaggio, Tolstoj utilizza le irruenze e le stabilità dei personaggi per delineare un corso che si fa sempre più evidente: ognuno andrà incontro al suo destino, che, nel subbuglio della guerra storica, sociale e individuale, appare inevitabile. Così come il corso della Storia, vista ora da una prospettiva distante e quindi più completa e oggettiva, diventa inevitabile, allo stesso modo quello della storia dei personaggi si riduce ad un finale predestinato. Gli stessi eroi, come già detto, non sono che pedine di un gioco a noi sconosciuto.
    In che misura le scelte dei personaggi li conducono al finale? Quanto realmente dipende da loro e quanto dalla mano di un Autore nascosto? Parallelamente, quanto l'uomo può definirsi libero? 
Se io considero un'azione da me compiuta un momento prima, approssimativamente nelle stesse condizioni in cui mi trovo ora, la mia azione mi appare indubbiamente libera, Ma se esamino un'azione compiuta un mese fa, trovandomi ormai in altre condizioni, riconosco involontariamente che se quell'azione fosse stata compiuta, molte cose utili, piacevoli e anche necessarie che ne sono conseguite non avrebbero avuto luogo. Se poi mi trasferisco con il ricordo a un atto ancora più lontano, compiuto dieci o più anni fa, le conseguenze del mio atto mi appariranno ancor più evidenti, e mi riuscirà difficile immaginare che cosa sarebbe accaduto se quell'atto non avesse avuto luogo.     Quanto più indietro mi trasferirò con i ricordi, o, che è lo stesso, nell'avvenire con il giudizio, tanto più il mio ragionamento sulla libertà dell'atto diventerà dubbio.    La stessa progressione nella sicurezza della parte che spetta al libero arbitrio nelle azioni collettive dell'umanità noi troviamo nella storia.

    Tolstoj pare non credere nel libero arbitrio: ogni scelta, sebbene apparentemente libera, conduce verso un fine e ciò lo dimostra sia a livello sociale, narrando la storia del singolo, sia a livello storico, ripercorrendo e analizzando le relazioni di causa-effetto.

    Potrei continuare a scrivere di questo capolavoro per ore, ma preferisco fermarmi qui, a quelli che ritengo i punti salienti dell'intero romanzo. Ammetto che le parti relative alle battaglie o alle descrizioni del fronte sono state, per me, le più lente, noiose e difficili da leggere, in particolare a partire dalla seconda metà del romanzo. La prima metà e la parte finale - generalizzando - sono invece scivolate via velocemente, grazie alla forza dei dialoghi e alle tensioni relazionali emerse. 
    Penso sia impossibile non partecipare emotivamente alle vicende dell'allegra Nataša, la cui spensieratezza viene minacciata dall'inganno dongiovannesco di Anatole, o a quelle della "brutta" Marja, figlia devota che rivela tutto il suo forte carattere, per non parlare del coraggioso e profondo Andrej, un uomo "d'altri tempi".
    Nel complesso, e per le ragioni sopra addotte, "Guerra e pace" è un romanzo illuminante. Stilisticamente condivide le linee di scrittura ottocentesca con altri romanzi dell'epoca, ma, sebbene la nostra società sia ormai abituata alla velocità e all'immediatezza, l'opera di Tolstoj rispecchia tutti i tratti distintivi del "classico" e, come tale, va letto, non per obbligo, ma, come direbbe Calvino, solo per amore.

mercoledì 7 febbraio 2018

Libri in lingua spagnola. ¡Empezamos!

   Dopo il post dedicato ai libri in lingua inglese, non potevo non permettermi di dare un consiglio, con estremo piacere, anche sulle letture in spagnolo. A chi si è avvicinato da poco a questa lingua meravigliosa, ma anche a chi volesse conoscere direttamente i grandi libri per piccoli, suggerisco di iniziare con dei capolavori della letteratura per bambini e ragazzi. 

    Tra questi, il racconto "Platero y yo" del poeta Juan Ramón Jiménez, che con estrema dolcezza ed essenzialità narra dell'amicizia tra l'uomo e l'asinello Platero, ricordando episodi trascorsi nel paesaggio spagnolo dell'Andalusia. E chi non si ricorda il cartone animato "La gabbianella e il gatto"? Lo vidi al cinema, da piccola, e ancora certe scene sono tatuate sulle emozioni che provai. Questo film d'animazione è tratto dalla creatività dello scrittore cileno Luis Sepúlveda, il quale si dedica con delicata attenzione alle storie per l'infanzia, che fanno tanto bene anche agli adulti. Inoltre, ripropongo la versione spagnola dell'intramontabile "Il piccolo principe": sebbene di origine francese, è ormai un libro internazionale che appartiene alla cultura di tutti.

"Platero y yo"Juan Ramón Jiménez (1916)

"Historia de una gaviota y del gato 
que le enseñó a volar"Luis Sepúlveda (1996)

"El principito", Antoine de Saint-Exupéry (1943)

   Meravigliose le opere di scrittori ispano-americani, maestri del racconto, di cui oggi vi propongo gli scritti di Mario Benedetti, autore uruguaiano, e il racconto-lungo/romanzo-breve di Gabriel García Márquez (autore di innumerevoli capolavori, come quelli consigliati qui). Con questi nomi autorevoli, le tematiche si fanno di un certo spessore, ma il linguaggio dei due libri è accessibile e colloquiale.


"Cuentos completos", Mario Benedetti (1970)

"El coronel no tiene quien le escriba", G. G. Márquez (1961)

   Infine, torniamo in Spagna, con Alberto Méndez, autore della raccolta di quattro racconti "I girasoli ciechi", che girano tutti intorno ad un unico sole nero: quello della guerra civile spagnola. Questo libro è più appropriato per chi ha un livello intermedio di lingua spagnola. Per avere qualche dettaglio in più (e leggerlo, semmai, anche solo in italiano) potete cliccare qui per la recensione.

"Los girasoles ciegos", Alberto Méndez (2004)

    Non mi resta che augurarvi... ¡Buena lectura!


sabato 3 febbraio 2018

M. Bulgakov, Cuore di cane

    Risale al 1925 "Cuore di cane", nel pieno delle trasformazioni sociali e politiche della Russia. Con questo romanzo satirico, Bulgakov fa una chiara parodia del regime sovietico del periodo, utilizzando l'arma letteraria più sottile di sempre: una sorta di favola per grandi che svela, al di là dell'aspetto fantascientifico del racconto, una critica sociale ben precisa.
    Generalmente non prediligo i libri di fantascienza, ma "Cuore di cane" è molto di più. Bulgakov ritrae la crisi sociale ai tempi della NEP (la Nuova Politica Economica) attraverso il racconto di un cane antropomorfizzato grazie ad un esperimento in laboratorio

    Il romanzo si apre con il punto di vista del cane - originalissimo espediente narrativo -, di nome Pallino, che verrà trasformato in una sorta di mostro di Frankenstein rivisitato. Il randagio gironzola sofferente per la città di Mosca, osservando e giudicando gli esseri umani che gli passano a fianco indifferenti, finché uno di essi non decide di prenderlo con sé e accoglierlo in casa.
   Nell'appartamento confortevole del suo nuovo padrone, Filip Filipovič Preobraženskij, avverrà la trasformazione: l'uomo, un medico, utilizza il randagio per condurre un esperimento sul ringiovanimento cellulare. Tra le mura del laboratorio casalingo, il punto di vista di Pallino viene abbandonato: il cane muore nell'appartamento del medico per risvegliarsi uomo! Pallino diventa il signor Pallinov.
    L'esperimento, consistente nel trapianto delle gonadi e dell'ipofisi di un uomo da poco deceduto, viene descritto dettagliatamente e scientificamente dall'assistente dottor Bormental, il quale registra ogni passaggio nel suo diario, in cui indica i graduali ma repentini cambiamenti del paziente, che assume l'aspetto e l'atteggiamento di un essere umano.
    La successiva narrazione in terza persona si concentra sul racconto delle peripezie del "nuovo uomo", il quale, conservando ancora istinti e passioni animalesche, ne combina una dopo l'altra, tanto da costringere, infine, il medico a eseguire un nuovo intervento per riportare Pallinov al suo vecchio stato canino. Filip si rende conto che il successo scientifico del suo esperimento, frutto di studi e ricerche, coincide con un inaspettato fallimento sociale: l'uomo proveniente da una condizione umile e sottomessa non è in grado di autogestirsi in uno stato più elevato. La metamorfosi fisica non è stata accompagnata dalla metamorfosi sociale.

   Una delle interpretazioni dell'opera di Bulgakov è il rifiuto dello sconvolgimento delle distinzioni sociali, derivante dall'assenza di premesse solide per il cambiamento. La speranza di una rivoluzione sociale, che possa condurre le classi più basse a acquisire consapevolezza della propria condizione, è destinata a fallire: dopo un breve esperimento si tornerebbe al punto di partenza perché l'assetto delle classi sociali non è cambiato tanto quanto le idee da loro appoggiate.
    Un classico leggero, ma intenso, da leggere velocemente e dallo stile assolutamente piacevole. Tanto assurdo quanto realistico.

"Dovete capire  che il vero disastro è che lui non ha più un cuore di cane ma un cuore di uomo".