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sabato 21 gennaio 2017

Elena Ferrante, L'amore molesto


   Amalia è morta annegata il 23 maggio, giorno del compleanno della figlia, Delia. È quest’ultima a rivelarlo al lettore, facendosi narratrice di una storia fatta di pochi giorni, quelli successivi al funerale, che ne racchiudono infiniti altri, quelli vissuti come madre e figlia. Una relazione, per sua natura, tanto essenziale quanto intricata, dove l’affetto incondizionato può diventare gelosia, dove l’affermazione della propria identità può tramutarsi in rifiuto delle radici.

  Padre pittore, due sorelle quasi invisibili, i ricordi che riaffiorano al suo ritorno a Napoli. Al centro, lei, Amalia, e lei, figlia, quasi unico soggetto scisso in due corpi, vita dentro altra vita. Una bugia, o forse una verità distorta, detta quando aveva cinque anni e un amore lontano, quello dei suoi genitori, che si sgretola come pane raffermo all’ombra di un uomo, Caserta, soprannome che abbraccia la città della reggia e quella della miseria.
   L’amore molesto è quello di Amalia e Caserta, di Amalia e il marito, di Delia e Antonio, figlio di Caserta, su cui proietta le distorsioni della madre; l’amore molesto è quello di madre e figlia: un amore immenso, ma amore che disturba, che trasforma, che spacca dentro.
  Primo romanzo della misteriosa Elena Ferrante, una scrittura matura che implode nell’essenzialità dei tratti stilistici: abbozzo di Napoli e personaggi, stati d’animo e relazioni sociali che devono rimanere tali: abbozzi portatori di significato.
   Dopo aver letto la quadrilogia de "L’Amica geniale", a stento vi ho rivisto la mano della stessa autrice, con un briciolo di delusione, ma ancor di più con soddisfazione: un libro diverso, diverso dall’altro e da quello che mi aspettavo, perché ogni testo rimanga una realtà a se stante.

venerdì 20 gennaio 2017

Alessandro D'Avenia, L'arte di essere fragili


La forza della comunicazione intertestuale 


  Quando leggi i tuoi pensieri nelle parole di un libro instauri una comunicazione aspaziale e atemporale con l’autore, comunicazione che è significato stesso della letteratura. E se, nel mentre, anche l’autore dialoga con un altro, il lettore diventa parte integrante di quella inesauribile comunicazione di cui il libro è canale.
   “L’arte di essere fragili”, ultimo libro del professore Alessandro D’Avenia, è un esempio sublime della potenza della letteratura, in grado di metterci in contatto con un poeta come Leopardi, vivo nelle pagine, vivo grazie a quelle pagine. 
   Non è un’opera di critica letteraria, come precisa lo stesso autore, ma una “chiacchierata” con Leopardi. D’Avenia immagina di essere l’uomo del ventesimo secolo a cui Leopardi aveva progettato di indirizzare uno scritto, rispondendo alle sue lettere e confrontandosi con lui. Un romanzo epistolare, scritto a quattro mani, dove, alla presenza di D’Avenia, si affianca il poeta ottocentesco, uomo, prima che scrittore, e fragile, sebbene immortale.
“In queste pagine pongo domande (la letteratura serve a fare interrogativi, non interrogazioni) e rispondo a Leopardi, che mi ha a sua volta accolto amorevolmente nelle sue “stanze” (come si chiamavano le strofe delle poesie) scrivendomi lettere accorate e vigorose: questo è un epistolario intrattenuto con lui in uno spazio-tempo creato dall’atto della lettura, lo spazio-tempo della bellezza, che vince sul tempo misurato dagli orologi ed espande la vita come solo amore e dolore, scrittura e lettura” possono fare.”
   Le tappe della vita di Leopardi vengono ripercorse attraverso riflessioni e aneddoti personali, in modo che le private sofferenze di un maestro come lui appaiano come nostre, diventando “passi dell’esistenza umana”. Avvicinare il passato al presente, avvicinando il presente al passato: spiegare la letteratura facendo sì che lo stesso autore si presenti agli alunni di oggi, che hanno una visione spesso falsata e della scuola in generale e di Leopardi in particolare.
   Ma quale pessimismo! Ma quale poeta “sfigato” e gobbo! Ma quale tristezza! L’amore, sì, la passione e la bellezza, invece, canta Leopardi, perché la consapevolezza della felicità, sebbene effimera e cangiante, scorreva nelle sue vene. D’Avenia, nero su bianco, scardina finalmente lo stereotipo leopardiano. Il sottotitolo del romanzo suggerisce la possibilità di salvezza rappresentata da Leopardi, dalla poesia, dalla letteratura non fine a se stessa, ma che permette di comunicare, riflettere, esplorare, porsi domande.
   Un libro che consiglio a chi ama la letteratura e il dialogo, a chi spalanca gli occhi davanti alla bellezza e a chi sa respirare la poesia; a tutti quelli alunni che imparano con spirito critico e a tutti quei professori che non smettono mai di imparare.