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giovedì 4 giugno 2020

Il realismo magico indiano ne "I figli della mezzanotte"

   Un libro che mi ha fatto tribolare, "I figli della mezzanotte". Consigliatomi ai tempi dell'università dalla professoressa del corso di "Letteratura dei Paesi di Lingua Inglese", questo romanzo era rimasto da allora incagliato tra le mie "prossime letture" come un ossicino tra i denti. Durante la stasi della quarantena da Covid-19, essendomi decisa a dedicarmi ai libri interrotti, ho ripreso l'opera di Salman Rushdie convinta che fosse arrivato il suo momento.
Rushdie S., "I figli della mezzanotte",
Mondadori, 1981.
   Un libro denso, non solo per le 653 pagine, ma anche e soprattutto per la pienezza di aneddoti e personaggi presentati attraverso il ricordo confuso del narratore, Salem Sinai, il quale afferma apertamente il suo stato caotico: "Ma immaginate la confusione nella mia testa! Dove, dietro il viso ripugnante, sopra la lingua che sapeva di sapone, vicinissimo al timpano perforato, s'annidava una mente non molto ordinata e piena di cianfrusaglie come le tasche di un novenne...". Egli si rivolge alla compagna, Padma, e con lei all'interlocutore al di qua del libro che sfoglia le pagine, cercando di mettere ordine ai tasselli della storia.
    Pubblicato nel 1981, vincitore di diversi premi letterari, nonché nella classifica dei 100 libri del secolo secondo Le Monde, "I figli della mezzanotte" è un romanzo storico peculiare: sebbene profondamente legato ai fatti che si sono susseguiti in India a partire dal raggiungimento dell'indipendenza dal Regno Unito nel 1947, gli stessi fatti sono interiorizzati e riportati dal protagonista, nato lo stesso giorno del nuovo Stato: il 15 agosto. Precisamente, a mezzanotte. Figlio dell'India e dell'indipendenza, Salem percepisce una connessione viscerale con la sua patria.