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venerdì 28 maggio 2021

"Sembrava bellezza": l'occhio adulto verso la propria adolescenza

Grassa, invidiosa, deforme. La protagonista dell'ultimo libro di Teresa Ciabatti è una donna di mezza età, ormai riscattata dal suo passato adolescenziale da grassa, invidiosa, deforme, quando, emarginata dai ricchi compagni di scuola, covava manie omicide nei confronti dei coetanei come Lavinia che non la invitavano alle feste; a disagio con il suo corpo non solo in sovrappeso ma per di più con un seno sproporzionato. Da adulta, è una scrittrice affermata, con una carriera di successo, e sta lavorando a un reportage sull'anoressia, quando il passato torna sotto forma di una vecchia amica, Federica.

Ciabatti T., "Sembrava bellezza", 
Mondadori, 2021.

Quella ragazzina grassa, invidiosa e deforme ombreggia ancora sul presente, incastonata in una storia tragica che la porta indietro di trent'anni, riconducendola ai giorni in cui Livia, la bellissima sorella di Federica, bionda, alta e irraggiungibile, la definisce "la cicciona" e non la degna di uno sguardo. Fino a quando, qualcosa succede, la vita si incrina, le sorti si ribaltano: Livia precipita. Fisicamente e psicologicamente. Atto volontario? Incidente? 

Il racconto si fa confessione: sulla coscienza della scrittrice-adolescente grava un segreto fardello. L'espiazione della protagonista si compie allentando il controllo sulla memoria, manipolata dalle sue scelte e compromessa dalla sua visione soggettiva e, quindi, corrotta. Dove risiede la verità?

"Sembrava bellezza" è "una storia di scomparsi, di giovinezze spezzate - in un modo o in un altro. E in queste giovinezza rientriamo tutti." Già, perché ci siamo anche noi nella proiezione del passato sul presente, nella visione distorta e personale della realtà circostante, influenzata dall'insicurezza di una identità traballante di una adolescente in crescita e tutti ci portiamo dentro l'adolescente che eravamo, con traumi irrisolti e sensi di colpa ingigantiti dal passare del tempo.

Il tempo distorce i ricordi, la soggettività dell'amore ci mette il resto nel complesso processo di manipolazione dei fatti. La scrittrice che scava nel suo io adolescente confessa le sue colpe e la sua manipolazione: la realtà filtra attraverso i suoi occhi e i suoi stati d'animo, scolorendo qualsiasi linea di demarcazione. Dopo un vuoto di trent'anni dall'amicizia con Federica e dalla terribile vicenda di Lidia, si riallacciano i legami: una valanga di esperienze accumulate nel frattempo le precipita sulle spalle.

Inizialmente lo stile intermittente e segmentato dell'autrice, nonché il corso della storia a singhiozzo, mi hanno quasi infastidito, per poi inghiottirmi completamente. Tutto torna, ogni dettaglio buttato tra le pagine non è casuale, ma intrecciato al resto, richiamato dopo. L'appellarsi direttamente al lettore, la metanarrativa che va di pari passo con la confessione, il ribaltamento dei ruoli, l'originalità dello stile, i riferimenti all'attualità e le tematiche (disturbi alimentari, disabilità, crisi adolescenziale, maternità...) fanno di "Sembrava bellezza" uno dei migliori libri candidati al Premio Strega.

Due chiacchiere con Loredana Falcone, l'autrice del ricettario-romanzo "Da me a te"

Capelli argento, guance accoglienti, occhiali da vista, accento romano: Loredana Falcone mi accoglie sullo schermo per parlare del suo nuovo libro "Da me a te", edito da Il vento antico. Si tratta di una pubblicazione ben diversa dai precedenti romanzi scritti a quattro mani con Laura Costantini. La stessa autrice ci svela il perché e la conversazione procede tra approfondimenti culinari e divagazioni letterarie...

Loredana, l'associazione tra cucina e letteratura è rinomata, ricorrente soprattutto nei romanzi gialli. "Da me a te" riprende questo connubio, ma in modo insolito: è un ricettario che definirei "atipico". Cos'ha di diverso rispetto all'idea tradizionale del libro di cucina?

Non è una semplice raccolta di ricette, io lo definirei un "ricettario-romanzo". Oltre a dosi, ingredienti e procedure, c'è un ricordo o un aneddoto legato a ogni piatto. Il passato entra in ogni ricetta, come se in cucina accogliessi i miei ospiti e ci intrattenessimo in una conversazione. La preparazione del piatto non è schematica, ma si colora di divagazioni, descrizioni e anche parentesi ironiche, dal momento che mi rivolgo direttamente a mia figlia.

In effetti, ho sorriso nel leggere alcuni passaggi, come quando indichi di prendere una casseruola e ammonisci tua figlia di non cercare la definizione su internet. Ti rivolgi a lei, e quindi al lettore che vi si immedesima, in modo diretto e semplice.

Sì, il linguaggio è informale e il tono ironico e disteso. Ormai si cerca tutto su internet, il che porta i giovani a immagazzinare sempre meno, consapevoli di avere sempre a disposizione una fonte immensa di informazioni di ogni tipo, ricette comprese. Eppure, anche seguendo una ricetta alla lettera, è impossibile riproporre un piatto allo stesso modo di un'altra persona, ognuno ci mette del suo per rendere il risultato differente. Nelle mie ricette io ho inserito la mia esperienza, e quindi le divagazioni di vario tipo sono state inevitabili.

Com'è nato il libro?

Avevo iniziato ad annotare delle indicazioni per mia figlia Jessica su come preparare dei piatti comuni, spiegandole come cucino io determinati sughi o secondi, in modo da conservare su carta la nostra tradizione e fare in modo che lei vi possa attingere in autonomia. Per questo motivo, mi rivolgo direttamente a lei e le spiego passo passo come fare o le svelo qualche trucchetto che ho imparato con l'esperienza. Tra una ricetta e l'altra, ho inserito anche dei ricordi legati a quei piatti, come quello di mia mamma oppure momenti a tavola in occasioni comuni o durante le feste.

Quando hai capito che valeva la pena essere pubblicato?

Non l'ho capito io, in realtà, ma la mia socia Laura. Si è resa conto che c'era del potenziale e che poteva giovare a tante altre persone, giovani e non. 

In effetti, potrebbe essere un ottimo regalo da fare ai propri figli, a una giovane coppia, a chi si è comprato una nuova cucina o, perché no, un regalo per se stessi. 

Assolutamente sì. Nel preparare un pasto per l'altro c'è una grande attenzione: è una forma di affetto. Oltre a prendersi cura dell'altro, però, bisognerebbe prendersi cura anche di se stessi. Spesso non si cucina per sé quando si è da soli, preferendo pasti sbrigativi o consumati fuori casa "al volo". Viviamo in una società dove si va sempre di fretta e il tempo per cucinare e concedersi una coccola in cucina è sempre più raro. A volte basta poco per ricaricare il corpo e lo spirito, un piatto di pasta in compagnia, ma anche rallentare il ritmo frenetico e sedersi a tavola da soli.

Un piatto di pasta mette d'accordo tutti e rigenera anche l'animo. Nei libri di John Fante, l'italianità dei protagonisti è data spesso da un piatto di spaghetti o lasagne a risolvere problemi o tensioni. 

Cucinare allenta le tensioni, ma cucinare per l'altro è proprio una forma d'amore. Quando si decide, ad esempio, di preparare un piatto che sappiamo piacere molto ad un'altra persona è un modo concreto per dimostrare il nostro affetto.

Nel ricettario, hai inserito primi e secondi, sia di carne che di pesce. Che tipo di ricette hai scelto?

Non elaborate. Di certo leggendo questo libro non si diventerà degli chef. Non si tratta di alta cucina, ma di piatti tradizionali e piuttosto comuni, come il sugo di carne, la pasta col tonno o con le patate; in poche parole, piatti da cucinare nel quotidiano, ma anche in occasioni di feste o del caro vecchio pranzo "della domenica". 

Non c'è niente di meglio della semplicità ad arricchire la tavola. Tu come hai imparato a cucinare? Hai avuto un ricettario di riferimento?

Io "ho rubato con gli occhi", come si dice. Nessuno mi ha mai affiancato per spiegarmi come fare; sono stata io a incuriosirmi e a osservare giorno dopo giorno. Ho seguito un ricettario vivente: mia mamma. Le sue dosi erano "quanto basta" e anch'io ho ripreso da lei quest'arte dell'improvvisazione in cucina, dove comanda il cuore più che la matematica. Per questo motivo, ho deciso di tramandare ciò che ho appreso senza eccedere con i numeri. 

A chi hai dedicato il libro?

In generale, a tutte le donne che "curano con la cucina", perché la donna secondo me fa da collante all'intera famiglia. Numerosi sono gli uomini che si dedicano all'alta cucina, ma nell'immaginario popolare la donna è molto legata alla casa, ne fa quasi da fulcro. Mia mamma è stata così, io ho ripreso quanto più possibile da lei e spero che i miei figli portino avanti la nostra tradizione culinaria. Riproporre le ricette della propria casa significa far rivivere il passato e le persone che ci hanno preceduto, come se il tempo si dilatasse in cucina, tanto da essere quasi sospeso del tutto, accorciando le distanze e colmando i vuoti dell'assenza.

Tradizione, esperienza, ricordi, cura per sé e per l'altro: i veri ingredienti in cucina sono questi. Loredana Falcone ci insegna che, oltre ai numeri e agli ingredienti, ciò che conta in cucina è la dose di amore... quanto basta!