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mercoledì 25 dicembre 2013

Mohsin Hamid, Il fondamentalista riluttante

 Mohsin Hamid,
Il fondamentalista riluttante
(2007)
* * * *(4/5)

"Chiedo scusa, signore, posso esserle d'aiuto? Ah, vedo che l'ho allarmata. Non si faccia spaventare dalla barba: io amo l'America. Mi sembrava che lei stesse cercando qualcosa; anzi, più che cercando, lei pareva in missione, e dato che io sono nativo di questa città e parlo la sua lingua, ho pensato di offrirle i miei servigi".
 Con queste parole si apre il primo dei dodici capitoli di cui è composto "Il fondamentalista riluttante". Quello che appare come un dialogo verso un interlocutore sconosciuto si rivela ben presto un monologo che Changez, il protagonista, rivolge a un passante al quale si avvicina. Ci troviamo a Lahore, in Pakistan, ma l'America si materializza sin dalle prime righe per poi emergere sempre più chiaramente. 
   Indirizzandosi a un "tu" esistente ma inconoscibile, Changez racconta la sua storia durante il tempo della cena che condivide con l'interlocutore, rivelandola, allo stesso tempo, al lettore. L'identità del protagonista, pakistano trasferitosi negli Stati Uniti all'età di diciotto anni, si fa sempre più traballante, fino ad assumere i connotati di un moderno "giannizziero", diviso tra le sue origini e le possibilità di successo offerte dal Nuovo Mondo. Changez ottiene un incarico di spicco, guadagna un ottimo stipendio, conosce una ragazza americana, Erica, e si integra, o pensa di essersi integrato completamente in questa realtà. Ma qualcosa cambia...