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mercoledì 28 aprile 2021

Tornare alla vita dopo la shoah: "Il pane perduto" e la preziosa testimonianza di Edith Bruck

Quando giunsero all'improvviso per sradicarli dalla loro casa e deportarli, nella confusione e smarrimento generale, la madre pensava alle pagnotte di pane, disperata al pensiero di abbandonarle lì, indifese e incustodite, come a volerle difenderle. Questa è una parte del libro che mi porterò dentro. L'immagine della madre preoccupata per il pane perduto. Già, perché le persone deportate persero il pane, ovvero il cibo, ma anche il calore familiare, il profumo della quotidianità, la protezione della loro casa che il pane stesso simboleggia. 

"La madre parlava delle pagnotte da infornare mentre buttava alla rinfusa dei vestiti nell'unica valigia e nei sacchi."

Bruck E., "Il pane perduto",
La Nave di Teseo, 2021.

Edith Bruck, nel suo ultimo libro dedicato alla shoah, testimonia quanto accaduto a lei e alla sua famiglia, di origine ungherese. Deportati nel 1944, raggiunsero un ghetto prima, diversi campi poi. La famiglia fu smembrata, ma lei, all'epoca adolescente, rimase con la sorella maggiore Judith: l'appoggio l'una dell'altra probabilmente contribuì alla loro salvezza.

"La madre ripeteva "il pane, il pane", come se volesse salutare le pagnotte e difenderle."

Ne "Il pane perduto" il vero oggetto del racconto, però, non è la terribile esperienza della deportazione in sé e per sé, quanto il dopo: il tentativo di reintregrarsi alla società da sopravvissute. Nulla andò come avevano immaginato e sperato, impossibile ricucire i legami recisi, tornare alla propria casa o riprendere la vita da dove la si era lasciata. Tutto distrutto. Adattarsi alla nuova vita è stata una parte altrettanto dolorosa.