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giovedì 27 agosto 2020

"Almarina" sinonimo di libertà

    Con le sue 123 pagine e una copertina che sa di libertà, "Almarina", edito da Einaudi, è uno dei candidati Premio Strega di quest'anno. Mi ci sono tuffata senza informarmi sulla trama o sulle tematiche affrontate: aprire un libro senza sapere cosa aspettarmi lo preferisco, non solo per evitare pregiudizi, ma perché amo la conoscenza diretta pagina per pagina, scevra da condizionamenti e incline alla sorpresa. Nel caso del romanzo di Valeria Parrella, non è stata una scoperta folgorante, ma di certo una lettura interessante.

Parrella V., "Almarina",
Einaudi, 2019.

    Elisabetta Maiorano è una docente di matematica che lavora presso il carcere minorile dell'isola di Nisida. Ogni giorno, la sbarra che segna il passaggio tra la libertà e la prigione si alza e lei attraversa la cornice d'acqua per insegnare calcoli e numeri a degli alunni particolari. Patricidi, matricidi, spacciatori, ladri la scrutano, mentre lei tiene alta la testa ed evita mosse false, in una tacita sfida quotidiana per il rispetto reciproco. Gli stessi patricidi, matricidi, spacciatori e ladri, però, infilano le mani nel barattolo di caramelle colorate portato in aula dall'insegnante di italiano, Aurora, come fossero bambini. Il delicato lavoro del docente, che consiste non solo nell'appassionare gli allievi e guidarli nell'acquisizione individuale di concetti e competenze, ma anche e soprattutto nel fornire gli strumenti necessari per vivere in pace con se stessi e con gli altri - autostima, rispetto, educazione, senso civico, per citarne solo alcuni - tra le sbarre si amplifica, sebbene dietro i banchi gli alunni sembrano ripetere le stesse dinamiche di qualsiasi altra scuola.

   Ẻ in quel carcere, isolato e circondato dal mare, che Elisabetta, vedova, abitudinaria e sola, ritrova il profumo del mare. Lo ritrova in una ragazza di origine albanese, che porta il mare già nel nome: Almarina. Pochi tratti la descrivono, ma bastano quelle pennellate impressioniste dell'autrice per conferirne una caratterizzazione marcata. Tra tutti gli alunni, condannati da un sistema malfunzionante ad un ciclo ininterrotto che libera i detenuti per poi riportarli in carcere, in lei Elisabetta ripone maggiori speranze per sfuggire a questa gabbia sociale, tanto da intraprendere la strada dell'affidamento. 

    Il mare che circonda e circoscrive è lo stesso che spazia nell'infinito e libera gli animi. Ma anche nell'immensità e nella libertà, l'uomo ha bisogno di punti fermi, ha bisogno di puntare il compasso per segnare i cerchi concentrici, come afferma la voce narrante. Per questo motivo, Elisabetta decide di insegnare a nuotare ad Almarina, che, in una lettura più profonda del testo, significa insegnarle a stare a galla e a sopravvivere alle burrasche della vita.


     La procedura legale per ottenere l'affidamento non è semplice, ma, qualsiasi passo deve essere compiuto per raggiungere il suo obiettivo, Elisabetta lo compie con determinazione, sperando che le carte di un'infinita burocrazia, una volta toccato il traguardo, possano bruciare in un fuoco purificatore che evoca silenziosamente l'immenso "Farenheit 451".

    La lettura scorre velocemente e per il numero esiguo di pagine e per le scarse descrizioni. Come ho accennato, Valeria Parrella sviluppa uno stile letterario impressionista: bastano poche macchie di colore a dare il senso della pienezza. I dettagli si ricompongono nella mente del lettore, che li completa. Ogni personaggio, quindi, appare ben delineato, nonostante l'essenzialità. Altra caratteristica dell'autrice è la ricerca di uno stile che si contraddistigua dagli altri e, devo ammettere che, sebbene non mi siano piaciuti particolarmente i "tratti di coscienza" dalle frasi interrotte da punti senza lettere maiuscole, è comunque un modo di distinguersi. Leggendo questo libro, c'è l'impronta netta dell'autrice, che non si confonde con altri scrittori contemporanei.

   Sebbene lo stile e il racconto non siano piatti, ma anzi degni di nota, nel complesso non si tratta di un romanzo che definirei brillante. Di fatti, l'essenzialità sopra descritta, da punto di forza, si fa punto di debolezza per chi come me ama la densità e una maggiore vicinanza con il testo. Sicuramente non uno di quei romanzi che ti entrano dentro, ad ogni modo "Almarina" è stata una lettura piacevole, in cui ho scorto interessanti spunti di riflessione.

martedì 25 agosto 2020

"Cambiare l'acqua ai fiori": l'ineguagliabile delicatezza con cui si tocca il tema della morte

    Si entra in questo libro in silenzio e a passi lenti. Parole delicate, frasi essenziali, dettagli qua e là. Sembra un libro che si legge solo per il piacere di inalare la delicatezza delle sue parole. Come se nulla dovesse accadere. Poi la storia si apre. Qualcosa accade. Il ritmo rimane cadenzato, ma tutto accelera. 

   "Cambiare l'acqua ai fiori" è il romanzo di Valérie Perrin, vincitore nel 2018 del Prix Maison de la Presse: un romanzo che incanta. Ambientato in Borgogna, ha come protagonista una donna di nome Violette Toussaint, la guardiana del cimitero di Brancion-en-Chalon. Il cognome, da cui pian piano si libererà, è quello del marito Philippe e significa "tutti Santi" dal francese, come se il loro destino avesse già lasciato il suo marchio.

Perrin V., "Cambiare l'acqua ai fiori",
Edizioni e/o, 2018.


    Sin dalla prima pagina si descrive il luogo silenzioso, i cui abitanti sono senza pretese, bisogni o capricci; il luogo dove il tempo si sospende, distaccandosi dallo spazio. 
Violette si occupa dei suoi "vicini", come li definisce lei, assicurandosi che le lapidi siano sempre pulite e i fiori innaffiati. Le sue accortezze vanno oltre il senso del dovere: c'è un amore pacato in ogni gesto di grazia e in ogni cortesia nei confronti degli altri, che solo il suo tracorso può spiegare. Violette è una donna sorridente e affabile agli occhi di alcuni, ambigua e misteriosa agli occhi degli altri: pienamente consapevole di apparire in modi differenti, sembra non curarsi della sua immagine, come se avesse smesso da tempo di preoccuparsi della superficialità delle impressioni. 

     Sposatasi molto giovane e sentitasi spesso in difetto di fronte ai suoceri schivi nei suoi confronti, senza una famiglia alle spalle, Violette ha costruito le sue basi da sola, mattone dopo mattone. Aiutata dalla determinazione nel voler imparare a leggere bene, si è affidata a "Le regole della casa del sidro" di John Irving (che corro a comprare!), lavorando dapprima nella stazione ferroviaria di Malgrange-sur-Nancy, dove apriva e chiudeva le sbarre di sicurezza, poi nel cimitero della piccola cittadina, con l'impercettibile compagnia del marito, uomo superficiale, poco presente, circondato da amanti temporanee, che un giorno andò a fare un giro, come suo solito, senza più tornare. La ritmica quotidianità si spezza e nella solitudine e nella pace del luogo di riposo, un fragile equilibrio viene ricomposto. 

    Il cimitero, oltre a luogo di riposo e di cura per l'animo umano, è anche luogo di passaggio: sosta di visitatori a cui Violette porge un sorriso. La visita inaspettata di un commisario di polizia produce un effetto domino sui legami tra le persone: sentimenti del passato e del presente, dei vivi e dei morti, si accendono sfiorandosi tra loro e tutto ciò che Violette nasconde nel suo intimo emerge in superficie. La presenza irruenta della morte si fa una costante pacifica, a cui la donna dedica attenzioni con piccoli gesti, come il cambiare l'acqua ai fiori, il ridare vita alle piccole cose. Il segreto di un nuovo equilibrio è nascosto tutto in quella metafora. 

   Numerosi sono i personaggi chiamati in causa, ognuno con i suoi segreti e le sue debolezze, ma in ogni relazione domina l'amore, irruento, incontrollabile, malinconico, contrastato. L'amore accomuna tutti i persomaggi, rendendoli umani e conferendone una caratterizzazione impeccabile: ognuno ha le sue luci e le sue ombre, tanto da rivelarsi spesso diversi da come potevano sembrare.

   "Cambiare l'acqua ai fiori" è un romanzo come pochi, di quelli che ti lasciano qualcosa. Composto da brevi capitoli, corredati da una frase simbolica iniziale, a tratti drammatico, a tratti giallo, il suo punto di forza è nella omogenea varietà: diverse storie si intrecciano, ma ogni ingrediente è amalgamato ottenendo un impasto letterario squisito. Nella storia in prima persona, confluisce l'occhio distaccato della terza persona, la soggettività di un vecchio diario; alla storia d'amore si intreccia un dramma lacerante e un mistero da risolvere. Un libro adatto a tutti che riflette sulla morte e sulla vita, senza mai essere straziante.