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lunedì 8 luglio 2019

Essere poeti ai tempi di Internet: Franco Arminio

   La poesia è poesia. In costante mutamento, eppure sempre la stessa: evolve, per una naturale esigenza di sopravvivenza - considerando il flusso vitale dell'arte basato su tradizione e innovazione, condizionato inevitabilmente dal contesto storico-sociale -, ma in fin dei conti è sempre uguale. Poesia è poesia. Inconfondibile.
    Quanta differenza c'è tra "Tanto gentile e tanto onesta pare" di Dante e "Mattina" di Ungaretti? Quanta, tra "L'infinito" di Leopardi e "Non chiederci la parola" di Montale? A discapito delle innumerevoli differenze tra di loro, nessuno si azzarderebbe a dire che gli esempi del passato non siano un esempio supremo di poesia o che uno lo sia più dell'altro.
   Ai giorni nostri, i versi appaiono più spogli, la punteggiatura superflua, i titoli - addirittura - saltuari. La poesia di Franco Arminio, "poeta dei social" e, come si definisce lui stesso, "paesologo", rispecchia perfettamente il nostro tempo. I lunghi binari di parole spaventano, i periodi complessi disorientano, le etichette stufano: la poesia non può che farsi breve, incisiva, aleatoria. 
   I componimenti di Franco Arminio sono degli scorci in un cielo coperto o delle vie di luce tra i fitti alberi, ruscelli aridi ma rinfrescanti o cascate rapide ma ricche d'acqua. Il contatto con la natura è vitale, forse l'unica risposta alla corruzione dei valori e delle identità in cui ci siamo calati. Nella desertificazione e nella desolata calma dei paesi, ultimo residuo del mondo che corre, il poeta campano vi trova la pace, la risposta e addirittura la speranza per il futuro. Alla continua ricerca di terremoti emotivi, Franco Arminio poggia gli occhi sulle cose e ci invita a guardare, a porre attenzione. 
   Poche delle sue poesie portano un titolo, come se non fosse necessario etichettare tutto, dare al frutto della creatività un'identità precisa, come a dire "ti regalo questi versi sciolti, prendili e fanne ciò di cui hai bisogno". Molto attivo su social come Instagram e Facebook, è lui un esempio concreto di come la poesia possa sopravvivere ai nuovi mezzi di comunicazione, adattandovisi senza tradirsi. 
   Tra le varie raccolte pubblicate, ho finora letto "Cedi la strada agli alberi" (maggiormente incisivo) e il più recente "Resteranno i canti". Entrambi i libri sono divisi in sezioni, blocchi tematici che abbracciano i componimenti stringendoli lentamente. La terra è sicuramente uno dei temi più frequenti, ma non mancano riflessioni sulla società, sulla scrittura, o umili consigli di vita.


domenica 7 luglio 2019

Michela Murgia, Accabadora

"Come gli occhi della civetta, ci sono pensieri che non sopportano la luce piena. Non possono nascere che di notte, dove la loro funzione è la stessa della luna, necessaria a smuovere maree di senso in qualche invisibile altrove dell'anima."
   La citazione del testo è tradotta e sintetizzata dall'immagine di copertina: due occhi curiosi, che osservano un punto fuori campo, incastrati nel buio della notte, e un volto che sembra quasi aleggiare nell'assenza di colore, illuminato dalla luce delle candele in primo piano. 
   Ad una ad una, come le candele in copertina, le vite dei vari personaggi di una piccola comunità sarda si accendono con l'avanzare della lettura, ma, tra tutti, emergono due figure: la piccola Maria e Tzia Bonaria. La prima, all'età di sei anni, viene affidata a quest'ultima dalla madre naturale, la quale non rompe totalmente i legami con la figlia, ma le permette una migliore qualità di vita attraverso una pratica di affidamento comune, sancita dalle regole di paese. Nonostante i pettegolezzi degli abitanti sul perché una donna come Tzia Bonaria, sola e già anziana per gli standard dell'epoca, avesse voluto con sé una figlia, la collettività si abitua presto al nuovo legame, data la familiarità di tale uso. 
  Pratica ancora oggi piuttosto comune, come afferma la stessa Michela Murgia, anch'ella "fillus de anima": è questo il nome per chi viene affidato dalla propria famiglia ad un'altraL'essere "fillus de anima" è l'unico elemento autobiografico nel romanzo: per quanto possa destare stupore, non si tratta di una invenzione narrativa, ma di una  consuetudine diffusa e accettata, basata su una sorta di contratto verbale che prevede, con il consenso del bambino, di far crescere un figlio in condizioni migliori, senza mai privarlo, però, della famiglia di origine. 
   La cultura sarda è evidente anche in altri dettagli, tanto da emergere sin dal titolo. "Accabadora" , di fatti, è un termine sardo che significa "colei che termina". La parola, sebbene legata alla cultura popolare dell'isola, è sconosciuta ai più, ma si svela nel corso della narrazione senza bisogno di dettagliate spiegazioni. Conoscendo lo spagnolo, il richiamo al verbo "acabar", ovvero "terminare", è stato immediato, ma il significato stretto del vocabolo l'ho capito solo nel corso della lettura, quando si inizia a fare più chiaro quale sia il vero "mestiere" di uno dei personaggi... Ciò che si svela lentamente nel racconto è una pratica che consiste nell'acconsentire al volere di morte di un individuo. Una sorta di antica eutanasia, sebbene si distingua da quest'ultima per un manifesto desiderio di togliersi la vita da parte dell'interessato, non necessariamente in condizioni di salute estreme; desiderio inteso come gesto d'amore nei confronti della famiglia, affinché venga alleggerita da un peso e non disperda tempo ed energie per lui, a discapito del lavoro.