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sabato 17 agosto 2019

Agota Kristof, Trilogia della città di K.

   Prosa asciutta, stili alternati, verità ambigua. "Trilogia della città di K." è un'opera sorprendente. Pubblicata in lingua francese, essa comprende "Il Grande Quaderno" (1986), "La prova" (1988) e "La terza menzogna" (1991). Ogni libro è diverso dall'altro nei punti di seguito spiegati, ma tutti e tre percorrono le vicende dei due protagonisti, una coppia di gemelli. 

    Se non avete letto il romanzo, non proseguite con questa recensione, onde evitare che anche solo un particolare possa influenzare la vostra interpretazione del racconto. Vi consiglio vivamente di leggere le 379 pagine della trilogia, sapendo solo che non ne sarete delusi. Vi consiglio anche di offrire la vostra mente vergine alla narrazione, senza partire premuniti ed evitando di cercare di seguire con zelo il filo della trama. Sarebbe inutile, dato che la trama si biforca e si moltiplica, senza cessare di essere un unico filo. Dall'essenzialità del primo libro, si passa ad una verità capovolta nel secondo, fino ad un'altra, ancora più complessa, nel terzo. Dunque, leggete per il gusto di leggere - e sono sicura che questi romanzi vi sapranno incantare - , e, solo dopo, tornate qui con le vostre idee in grembo per scoprire la mia interpretazione del libro. 

     Se conoscete i tre libri, probabilmente ne sarete rimasti affascinati anche voi. A me ha colpito la varietà delle scelte narrative impiegate dalla scrittrice ungherese, che permettono ad ogni libro di avere una precisa identità. 

domenica 11 agosto 2019

Sándor Márai, Le braci


    Siamo ad agosto. L'aria comincia a rinfrescarsi con il calare del sole. Fino a qui, nulla di diverso rispetto al nostro oggi. Immaginate, ora, di essere in un castello. Immaginate di essere nel 1940. Immaginate di essere al tramonto della giornata e della vostra vita, e di ricevere la lettera di un vecchio amico. Anzi, non di "uno" in generale, ma del vostro unico inseparabile amico d'infanzia. Sono quarantuno anni che non lo rivedete...
    "Le braci", il romanzo dello scrittore ungherese Sándor Márai, si apre proprio così. L'uomo anziano, un generale dell'esercito che vive in alcune stanze del castello, è Henrik; Konrad è l'amico amante della musica che ha condiviso con lui la carriera militare con meno convinzione e che, fuggito ai Tropici, avvisa l'altro di essere di passaggio in città, dopo un silenzio lungo decenni.
   L'azione, come sospesa per quarantuno anni, si rimette in moto lentamente con la lettera che segnala l'arrivo di Konrad. Il castello, in parte ormai deserto, riprende vita sotto le direttive di Henrik, il quale, invitando l'amico a cena, fa in modo che ogni dettaglio sia identico a quando i due si videro per l'ultima volta. Gli oggetti e la loro predisposizione si sottomettono al gioco dell'illusione, creando la stessa atmosfera di quel passato che avevano condiviso. Il tempo appare, così, congelato al loro ultimo incontro, all'attimo prima in cui acquisirono piena consapevolezza che la loro ferrea e ventennale amicizia aveva subito una trasformazione radicale.