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martedì 9 febbraio 2021

Quanto la cultura rende umani? Il quesito di Kazuo Ishiguro in "Non lasciarmi"

Pulito, scorrevole, limpido: lo stile del Premio Nobel per la Letteratura Kazuo Ishiguro non delude e anche in "Non lasciarmi" conferma la sua forza di scagliarsi verso la pelle del lettore come un dardo di carta, preciso ma delicato. Ogni libro dell'autore di origine giapponese avvolge, come fosse un involucro di pagine, un nucleo scottante: una questione opinabile che viene presentata in modo del tutto naturale.

Sin da subito, la realtà di Kathy, Ruth e Tommy, i tre personaggi principali del romanzo, sembra pervasa da una patina di anomalia, difficile da identificare con sicurezza. Il lettore, d'altronde, condivide la medesima sensazione con i suddetti ragazzi: anche loro sono consapevoli che ci sia qualcosa che ancora sfugge alla loro comprensione, sebbene tutto venga spiegato loro dai tutori.

Ishiguro K., "Non lasciarmi",
Einaudi, 2005.

Kathy racconta la sua infanzia e adolescenza trascorsa a Hailsham, una sorta di collegio, in cui vive con il suo gruppetto di amici e i tutori, visti come punto di riferimento. È qui che si lega a Ruth e a Tommy, un ragazzino che ogni tanto dà di matto. Attraverso salti temporali, la narrazione procede verso l'adolescenza: questa nuova fase della loro vita è ambientata in un altrettanto nuovo contesto, quello dei Cottages.

Le trasformazioni e i passaggi della crescita dei ragazzi avanzano su binari prestabiliti e loro non cercano neanche alternative a quello che è un percorso del tutto naturale. Sanno che non sono destinati ad avere figli, ma che diventeranno "assistenti" e "donatori", eppure la verità gli è stata detta senza risultare totalmente chiara. Non hanno veri e propri genitori, ma un "possibile" di cui non conoscono l'identità e che talvolta ipotizzano possa essere un determinato uomo o donna.

Nulla appare "anormale", perché quella è la realtà in cui sono nati e cresciuti, e che ancora li accomuna. La differenza che intercorre tra loro e gli esseri umani al di fuori è netta, ma sottile, e loro imparano le tecniche per ridurla al minimo. Un mezzo per accorciare le distanze è rappresentato dalle lezioni di educazione artistica - forse una possibilità per aiutarli un domani a posticipare di tre anni la loro fine. 

Uno spazio fondamentale è dato all'arte, che gioca un ruolo importante nei destini dei protagonisti. Quanto la cultura ci rende davvero umani? - sembra chiederci l'autore.

Le emozioni che prova Kathy sono assolutamente umane: la compassione nei confronti di Tommy, la rabbia verso i comportamenti ambigui di Ruth, l'amicizia, il desiderio sessuale, la sensibilità per l'altro e anche per la musica, ad esempio. Quando Kathy scova una cassetta nella sorta di mercato chiamato Grande Incanto, si lascia trasportare dalle note mentre abbraccia a sé un cuscino. Il titolo della canzone è "Never let me go". Madame, una donna seria e misteriosa che seleziona i loro disegni e sembra avere timore di loro, la osserva e si commuove.

"Il nastro era stata la scusa perfetta per quei momenti di felicità, e adesso che era saltata fuori, avremmo dovuto fermarci. Forse fu quella la ragione per cui, con mia stessa sorpresa, all'inizio restai in silenzio; perché pensai di fingere di non averla vista. Adesso che stava lì, proprio davanti a me, sembrava esserci qualcosa di lievemente imbarazzante in quella cassetta, come se ormai fossi troppo grande per lei."

Ogni dettaglio e ogni elemento apparentemente poco chiaro avrà la sua netta spiegazione: tutto sarà utile per ricomporre un quadro completo giunti al termine della storia, quando il lettore, così come i personaggi, prenderanno consapevolezza di quanto stava accadendo. Kathy, Ruth e Tommy non sono comuni esseri umani, ma cloni destinati a donare i loro organi: creati, dunque, con un fine ben preciso, ma sottoposti a un tentativo di essere "umanizzati" quanto più possibile e l'arte non può che essere una delle chiavi per raggiungere tale obiettivo.

Lo stile accurato e la trama originale fanno del romanzo un libro notevole, che si chiude lasciando aperti alcuni interrogativi sull'essere umano. L'identità dell'uomo è forgiata sul sentimento e sulla cultura: ciò che può "umanizzare" l'individuo è l'educazione, che permette di sviluppare la sensibilità e il senso critico. La domanda non è se i cloni meritino una vita dignitosa al pari degli esseri umani, ma se gli esseri umani siano davvero tali, dato l'intento egoistico che soggiace il progetto scientifico. 

Il punto di vista si ribalta, ma la questione, lasciata aperta, è solo sfiorata. Il romanzo si apre e si chiude con linearità e precisione: tutto ciò che ruota intorno al nucleo scottante permane sotto la superficie e dipende dalla sensibilità - non a caso - del lettore e dalla sua volontà di scendere nel profondo.

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