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giovedì 15 ottobre 2020

"Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio": storia di un matto che tanto matto poi non era

Sorprendente. La capacità dell'autore Remo Rapino di dare voce al cocciamatte Bonfiglio Liborio e, dall'alto della sua formazione da docente di filosofia, calarsi nel linguaggio strauss di un uomo emarginato, come se avesse indossato davvero il cappotto a "scrima di pesce" del personaggio e si sia aggirato per le strade del suo paese con le pietre in tasca. Sorprendente. La possibilità di vedere la vita a 360 gradi in un uomo preso per i fondelli un po' da tutti e sentire il valore della sua esistenza trascurata e la compassione che ci muove ad abbracciare il suo corpo sgarrupato. Un libro sorprendente, che fa ridere e fa commuovere: potente.

Rapino R., "Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio",
Minimum Fax, 2019.

Vincitore del Premio Campiello 2020, "Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio" è la narrazione di un uomo che racconta in prima persona il suo trascorso, dalla nascita alla morte e oltre, come stesse dialogando con il lettore. Si ha l'impressione di ascoltare la sua storia, più che di leggerla, tanto è autentico quel linguaggio infarcito di termini abruzzesi e libero da rigide strutture sintattiche.

Diviso in capitoli che seguono cronologicamente le principali tappe della sua vita, il protagonista narra le sue esperienze di pari passo con le trasformazioni storiche e sociali, filtrate dalla sua prospettiva ingenua, come il lavoro in industria, la partecipazione al movimento comunista o gli anni in manicomio. La sua storia, infatti, abbraccia la storia di un secolo di cambiamenti, ma rispecchia anche quella di un uomo qualsiasi, i cui passi vengono spazzati via dal vento del tempo. Come afferma lo stesso autore: "Uno dei sensi del libro consiste nel tentativo di raccontare la storia di un secolo attraverso gli occhi, le parole, i ricordi di un “fuorimargine”. Il fascismo, la guerra e la Resistenza, l’emigrazione verso il Nord, il boom economico, il ’68, l’esperienza dolorosa del manicomio, il ritorno a casa: questa la scenografia dove respirano i personaggi della storia, dove cantano le loro voci, che parlano di sogni mancati, di rimpianti, di viaggi e naufragi, di giorni andati, forse mal spesi, comunque vissuti" (vedi qui l'intervista completa). 

Bonfiglio Liborio interagisce con la società senza attenersi a nessun codice o rispettare alcuna convenzione: è guidato dalla spontaneità dei gesti e delle parole, ed è questa sua natura a renderlo autentico e a permettergli di partecipare nella comunità con un ruolo attivo, sebbene questo ruolo non venga riconosciuto in maniera omogenea dagli altri, che spesso lo spingono in prima linea per gioco, per farsi due risate alle sue spalle. Bonfiglio Liborio, però, è ben consapevole dell'immagine che si fanno di lui e li lascia fare. Tanto matto, in realtà, non è, come afferma il dottor Mattolini Alvise. Ha la sua personalità, semplice e senza pretese; ha le sue "mattità", ma ormai fa anche la parte; soprattutto, ha le sue illuminazioni, come la seguente:

Ogni storia di uomo, matto o normale, è una mescolatura delle stesse cose, na cascanna di lacrime, qualche sorrisetto, na cinquina di gioie di straforo, e un dolore grosso come quando al cinema si spengono le luci. Uno si siede davanti alla porta di casa e aspetta che passa la morte che mi dice Guarda Libbò, che è finita la storia e non c'è più parola da dire. Che poi alla fine di tutto, perché tutto finisce, noi cristiani, buoni e cattivi, poveri e ricchi, normali e matti, siamo tutti uguali e siamo come l'acqua che cambia forma ma sempre acqua è, che se fa un freddo cane allora diventa ghiaccio, se fa un caldo della Madonna allora si svapora, se ne va in cielo e diventa una nuvola che poi se piove torna alla terra e ridiventa acqua un'altra volta e se fa una freddanna forte si rigela ancora. Così è tutta la vita nostra, acqua che viene e acqua che va [...].

La voce del protagonista lentamente si perde. Con l'avanzare dell'età, la sua lingua si ingarbuglia e non tiene il passo con i pensieri. Sempre più ai margini della società, sempre meno compreso dagli altri, ad ogni scelta e ad ogni comportamento risiede una spiegazione che si discosta dall'agire comune. Liborio è un invisibile, messo alla luce solo quando si ha voglia di sghignazzare e allora gli si offre da bere o lo si rincorre per fargli il verso.

A prescindere dalla mia vicinanza alla lingua, alla cultura e alla tematica del romanzo, il libro è oggettivamente un piccolo capolavoro: "piccolo" perché apparentemente semplice, ma ricco di riflessioni, rimandi storici e tatto sociale, assolutamente originale e, sotto ogni punto di vista, semplicemente sorprendente.

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