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martedì 16 giugno 2020

"Nocturno de Chile" e la "tormenta di mierda" di un Paese

    Senza dubbio uno degli autori contemporanei col maggior impatto sulla letteratura mondiale, Roberto Bolaño, nella vastità di lavori prodotti, che spaziano dalla poesia, al racconto, al saggio, ci ha regalato un apparentemente innocuo libricino intitolato "Nocturno de Chile". Nonostante le 111 pagine, che suggeriscono una lettura sbrigativa, si tratta di un monologo denso che racconta il Cile attraverso aneddoti politici, sociali e artistici. Il libro è il racconto tutto d'un fiato del protagonista, il sacerdote Sebastián Urrutia Lacroix, che in prima persona ripercorre il suo passato soffermandosi su alcuni episodi.

Bolaño R., "Nocturno de Chile",
Debolsillo, 2000.
   In particolare, il sacerdote, nonché critico letterario sotto lo pseudonimo di Ibacache, descrive la visita all'amico e collega Farewell e i numerosi viaggi in giro per l'Europa, per poi procedere con il ricordo delle lezioni sul marxismo rivolte ad Augusto Pinochet e, infine, degli incontri letterari che avvenivano a casa della scrittrice María Canales. I riferimenti alla letteratura e le citazioni intertestuali sono numerose: non solo compaiono rimandi ai maestri greci, spagnoli o italiani, come Leopardi, ma alcuni personaggi sono tratti proprio dal mondo letterario, come Pablo Neruda. Finzione e realtà si mescolano in quella che è una sorta di confessione, in cui, dietro i fatti raccontati, si scorge un senso di decadenza e denuncia politica della dittatura militare.
    L'arte è priva di funzione morale e la cultura è ormai un'áncora aggrappata alle glorie passate, che striscia sul fondo per poi inabissarsi. Nonostante le discussioni sulla letteratura e gli incontri degli intellettuali, le parole sembrano vane e innocue, incapaci di scuotere la realtà o avere un effetto significativo su di essa, come procedesse su un binario parallelo. La stessa casa di María Canales, che accoglie i numerosi artisti, si rivelarà essere un luogo di tortura per i dissidenti politici.
    Non si ha molto tempo per riflettere sul significato simbolico del racconto, se non quando, giunti alla fine, si prende una boccata d'aria. Il testo, in effetti, non ha soste: non ci sono interruzioni tra le pagine, né capoversi. Si procede tutto d'un fiato, andando di pari passo con la narrazione. L'unica frase posta a capo è quella finale: poche parole che riassumono la confusione: "una tormenta de mierda". Questo doveva essere il titolo originale dell'opera, secondo l'intenzione dell'autore, poi dissuaso. Non posso che scovare nella parola "mierda" con cui si conclude il monologo il rimando al grande G.G. Márquez, che terminava allo stesso modo il piccolo capolavoro "Nessuno scrive al colonnello". Il Cile, raccontato attraverso la prospettiva soggettiva del protagonista, non è che una tormenta confusa di grandezze e fallimenti generate dagli uomini, tanto grandi quando l'arte li eleva quanto infimi quando si abbassano alla violenza.
     Il testo è caratterizzato da una prosa a tratti sublime, in cui l'uso delle anafore e il ritmo dato dalla successione di frasi brevi e frasi senza tregua affascina. Numerose sono le anafore, che creano unità e assemblano passaggi disparati. Certo è che talvolta ci si trova persi in quella confusione di parole e fatti e personaggi, in quella confessione che Sebastián Urrutia Lacroix butta fuori, sebbene razionalmente, rivolgendosi al «joven envejecido», in cui è facile intravedere lo stesso narratore. Giunto al termine della sua vita, fa probabilmente un resoconto del passato e i conti con la sua coscienza.
    "Nocturno de Chile" è un libro che ho letto con interesse, sottolineando alcuni passi egregiamente scritti, ma che mi ha lasciato, allo stesso tempo, una gran confusione in testa.

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