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sabato 13 giugno 2020

La città ammalata de "Il mare non bagna Napoli": un libro contro?

    Pietro Citati presenta "Il mare non bagna Napoli" come una "straordinaria discesa agli Inferi". Straordinaria e discesa sono due parole che cozzano tra di loro, ma lo scrittore non poteva scegliere accostamento migliore. Gli sguardi dell'autrice, Anna Maria Ortese, vengono, inoltre, definiti "allucinati e dolcissimi": due aggettivi in contrasto. L'opera, pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 1953, è questo: uno scontro di immagini e di sensazioni che destabilizzano il lettore; una discesa tra la gente comune che muore, si ammala, sopravvive. 
   "Il mare non bagna Napoli" è una raccolta di cinque racconti che ritraggono scene quotidiane della Napoli del secondo dopoguerra, una Napoli non bagnata dal mare, e quindi a secco, che boccheggia, assetata e stanca.  

Ortese A.M., "Il mare non bagna Napoli",
Adelphi, 1994.
    La scrittrice descrive le viscere di questa città complessa, lasciandone emergere la sporcizia, la povertà, l'ignoranza e la bruttura: in poche parole, la realtà. Lei stessa, nelle parole introduttive scritte molto più tardi (nel 1994, quarant'anni dopo la prima pubblicazione) afferma di aver detestato con tutte le sue forze quella realtà, definita come "il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte". La sua incapacità di comprendere e accettare tale realtà, sfociata nell'incomprensione della stessa, la cui origine è da riscontrare nell'esperienza personale della guerra, hanno provocato l'irritazione che ha accentuato la nevrosi dell'autrice e l'inevitabile distacco dalla città. Accusata di aver offeso Napoli e di aver scritto un libro contro il capoluogo campano, Anna Maria Ortese si è a lungo interrogata sulla possibilità di aver sbagliato qualcosa nello scriverlo e sul modo di leggere oggi il libro.
   
    La risposta è velata nelle sue stesse parole: il Mare non è che uno schermo, su cui disagio, irritazione e nevrosi sono riflessi, causando spaesamento. Io stessa mi sono sentita spaesata, scorrendo le pagine: inizialmente catturata dalla scrittura divina e dal racconto limpido nella sua bruttura, ad un certo punto mi sono ritrovata abbandonata, confusa e priva di appigli. Ma facciamo un passo indietro. 
    Per poter comprendere il libro bisogna saper guardare oltre lo schermo, come tenta di fare la piccola Eugenia con il suo nuovo paio di occhiali. Il libro, la cui prima presentazione fu scritta - udite udite - da Elio Vittorini,  si apre con il racconto "Un paio di occhiali" che coinvolge completamente il lettore scaraventato in quello che appare effettivamente come un inferno di povertà e miseria. Il desiderio della "ciecata" Eugenia di vedere bene grazie agli occhiali comprati dalla zia e pagati il caro prezzo di "ottomila lire!" si rivela un fallimento, come a sottolineare che non vale la pena osservare ciò che la circonda. Il racconto fornisce una chiara chiave di lettura all'intera raccolta e alla stessa città: poter guardare una realtà finora offuscata può essere doloroso. Tuttavia, i modi bruschi della zia di rapportarsi con la nipote sono bilanciati dalla generosità del regalo: c'è un fondo di dolcezza nei gesti quotidiani.
    Seguono racconti altrettanto attraenti: "Interno familiare", "Oro a Forcella" e "La città involontaria". Cambiando prospettive, in ogni racconto emerge uno spaccato della società che, nel complesso, ci regala un ritratto realistico di Napoli, la "grande ammalata", la cui gente soffre, urla, striscia, ma in fondo in fondo spera. Una rara, quasi impercettibile bellezza, è ravvisabile nonostante la quantità di campi semantici dedicati alla morte, alla delusione, alla trascuratezza, come dimostra il passo seguente, relativo al personaggio di Anastasia Finizio:

"Piangeva, non tanto di pietà per la defunta, che conosceva e apprezzava, quanto di dolcezza di fronte a questa vita, che si presentava così strana e profonda, quale mai l'aveva veduta, piena di sonorità ed emozione. Era come se aveva bevuto due o tre bicchieri di vino insieme, da qualche ora: tutto era così nuovo, così intenso nella sua semplicità quotidiana."
     Anche nel pianto, anche nella morte, risiede una luce di speranza e gratitudine che talvolta si rivela.
    Poi l'incantesimo si spezza. La mano dell'autrice ci abbandona, o perlomeno io mi sono sentita - per l'appunto - spaesata. Lo spaesamento raggiunge il suo apice con "Il silenzio della ragione", il racconto più lungo, che si articola in diversi capitoli, ognuno dei quali porta un titolo a sé. L'autrice si sofferma qui sulle dinamiche che regolano la vita degli intellettuali napoletani, facendone nome e cognome (come Luigi Compagnone, Domenico Rea, Pasquale Prunas, Gianni Scognamiglio, Raffaele La Capria, Luigi Incoronato e Vasco Pratolini). Questo è il racconto in cui si passa a un netto taglio giornalistico e la narrazione in prima persona ci trascina nelle intricate relazioni dei vari personaggi. Si accentuano i dialoghi diretti e il linguaggio si fa più secco. Oltre ad essere il racconto che ha suscitato maggiori polemiche, per via dell'offesa intravista nella descrizione del mondo progressista - pungente sin dal titolo -, "Il silenzio della ragione" è quello che ho amato meno, perché si percepisce un certo distacco.
    Alla scelta misurata delle parole, selezionate e accostate come fossero le note di una sinfonia sublime, si sommano le descrizioni dei personaggi che compongono il variegato universo della comunità: impeccabili e affascinanti, per quanto rivelatrici di un mondo squallido e imperfetto, tanto da accentuare il piacere della lettura. Non un libro "contro", quindi, ma un libro "scontro", dove nella bassezza convive la semplice bellezza del quotidiano, rivelata in singoli, rari, ma significativi attimi, gesti o dettagli.
     "Il mare non bagna Napoli" - è vero - è una discesa agli Inferi, ma una discesa piacevole e irreversibile, da cui è impossibile riemergere illesi.

"Non risaliva più nessuno, da giù. Non era facile risalire  quei gradini in apparenza piani e comodissimi. C'era qualcosa che chiamava, da giù, e chi cominciava a scendere era perduto, ma non se ne accorgeva che alla fine."

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