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venerdì 10 aprile 2020

Karen Blixen e la sua Africa

   Risale al 1959 la prima edizione del libro “La mia Africa”, opera autobiografica dell’autrice Karen Blixen. Vissuta in Kenya, dove gestì una piantagione di caffé con il marito fino al 1931, raccolse le sue impressioni e i dettagli della cultura africana con cui entrò in contatto in quello che è considerato il suo capolavoro.

Blixen K., "La mia Africa",
1959, Feltrinelli.

   Il romanzo è un omaggio ai lunghi anni trascorsi nella sua fattoria esotica, un omaggio a un tempo quasi sospeso, regolato dai ritmi della natura e del lavoro. Con precisione scientifica e poetico amore, l’autrice di origine danese descrive i paesaggi circostanti evocandone la sensazione di sublime, ma si sofferma anche a narrare episodi relativi alla concretezza della vita delle tribù. Da un lato, quindi, l’incanto della natura e le storie a tratti mitiche degli animali che sono un tutt’uno con il contesto; dall’altro, accenni alla crudezza del quotidiano, tra cui quelli alla caccia e alla morte.

  L’Africa appare come una realtà che ti assorbe completamente, caratterizzata dalla lentezza e dalla praticità. Vivere in un luogo così lontano dai ritmi occidentali significa apprezzare il contatto con l’ambiente, da cui dipende la sopravvivenza fisica, e quello con gli altri, da cui dipende la sopravvivenza psicologica. Offrire ospitalità agli stranieri o alle persone di passaggio diventa, quindi, un’occasione preziosa per non perdere i legami con il resto del mondo, rimanendo informati di quanto accade.

  La diversità culturale tra gli europei e le tribù africane, in particolare i Kikuyu, è messa in risalto attraverso esempi tangibili, relativi ad aneddoti reali che dimostrano la differente concezione della giustizia o della morte. La mente mitologica e teologica degli africani difficilmente si incontra con i principi occidentali; ciononostante, le due culture convivono in armonia, ognuna imparando qualcosa dall’altra. Vero è che i bianchi sono pur sempre coloni che hanno occupato la terra degli indigeni, dando poi loro la possibilità di lavorare, ma i ruoli sociali, sebbene rispettati, sfumano in un rapporto umano che va al di là delle sottigliezze pragmatiche. 

   L’Africa è una terra che affascina notevolmente, una terra di contrasti e paradossi, per qualcuno una minaccia, par altri un sogno. Per quanto “La mia Africa” ci conduca idealmente nell’area nei pressi di Nairobi e ci permetta di conoscere qualcosa in più della cultura del luogo, l’esperienza dell’autrice è talmente razionalizzata da apparire poco introspettiva, o comunque meno di quanto ci si aspetti dal possessivo “mia” annunciato dal titolo. Il lettore rimane sempre estraneo a quanto accade, come se non potesse essere mai completamente coinvolto. Sono le aspettative spesso a cambiare il risultato della percezione: nel mio caso, avrei gradito tuffarmici dentro annullando ogni distanza.

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