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martedì 3 marzo 2020

Il processo al gerarca nazista Adolf Eichmann: uno dei più grandi criminali della storia era un uomo privo di idee

Hannah Arendt, "La banalità del male",
Mondadori, 1964
   Della straziante e inumana tragedia che è stata l'olocausto, molto si sa oggi, per fortuna, grazie alle innumerevoli testimonianze dirette e indirette, alle fonti visive, scritte, orali, ai luoghi che hanno segnato le tappe di un progetto malefico, tanto macchinoso quanto banale; eppure, a volte, tale infinità di prove sembra non bastare a chi ancora si ostina a osannare gli aberranti principi nazisti. Numerosi sono stati anche i libri pubblicati sull'argomento (dai romanzi di narrativa, ai diari, alle opere storiche, etc.), che hanno sviscerato le ramificate tematiche della discriminazione razziale e dello sterminio degli ebrei e delle minoranze, come "L'amico ritrovato" di Uhlman, sull'amicizia e il contrasto tra giovani con destini differenti; "La vita davanti a sé" di Romain Gary, su post-guerra ed emarginazione sociale; "Il gusto proibito dello zenzero" di Jamie Ford, sull'altra faccia della discriminazione: quella della minoranza giapponese negli Stati Uniti (per citarne di diversi rispetto ai già noti "Se questo è un uomo" di Primo Levi o "Il diario di Anna Frank").

   "La banalità del male" rientra nella variegata categoria di questi libri, focalizzandosi sui fatti del dopoguerra e, in particolare, sul diritto alla giustizia tramite il processo ai colpevoli. Il processo più conosciuto che ha visto imputati alcuni tra i principali attori dello sterminio è stato senz'altro il processo di Norimberga, ma ovviamente non fu l'unico. Ne "La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme" (questo il titolo completo), si raccontano i fatti relativi al processo al gerarca nazista Otto Adolf Eichmann, il quale, ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, si occupava della gestione della deportazione degli ebrei in tutta Europa. La filosofa tedesca Hannah Arendt, emigrata dalla Germania in Francia nel 1933 a causa delle persecuzioni, assistette alle sedute processuali come inviata del settimanale New Yorker. Il libro è il frutto della rielaborazione della corrispondenza che tenne con la redazione durante i due anni di lavoro a Gerusalemme.

Struttura del libro
   "La banalità del male" è un saggio che, nell'ultima edizione (la ventinovesima, del 2018), si divide in 16 capitoli, corredati da appendice e bibliografia, per un numero complessivo di 314 pagine. Si tratta di una trattazione dei fatti emersi durante il processo a Eichmann, ripercorrendo gli anni al servizio degli ordini nazisti, quelli della fuga in America Latina dopo la guerra e, infine, della cattura. Oltre a descrivere i vari passaggi del processo, come vedremo in seguito, la filosofa approfondisce questioni storiche, morali e giuridiche analizzando numerose fonti, riportate nella preziosa bibliografia finale. Lo studio dei fatti è, dunque, supportato da citazioni ad altri testi, chiarendo in modo dettagliato e completo l'intera panoramica che ruota intorno al processo e alla figura del suo protagonista.

Il processo
   Il processo a Eichmann si tenne a Gerusalemme nel 1961. L'istruttoria, ovvero la fase di preparazione degli atti (per dirla in soldoni), durò precisamente dal 29 maggio 1960 al 17 gennaio 1961. In totale, furono 121 le udienze, di cui più della metà dedicate a racconti e testimonianze non del tutto attinenti alle accuse mosse contro l'imputato, ma considerate significative per un processo stra-ordinario come quello, per cui si ritenne doveroso dare spazio e voce alle vittime che avrebbero potuto fornire ulteriori, infiniti e inimmaginabili dettagli a episodi già conosciuti, ma mai ripetitivi. 

    Perché il processo si tenne a Gerusalemme? Secondo il principio della territorialità, ogni Stato giudica gli imputati che sono sotto la sua giurisdizione territoriale. Nel caso di Eichmann, di nazionalità tedesca, sarebbe stato processato in Germania se lui non si fosse trovato nella volontaria condizione di apolide, essendo fuggito in Argentina con documenti falsi, fingendo di essere morto. Nonostante numerosi dibattiti sul tipo di processo da stabilire, la diatriba si riversò su due versanti principali: tribunale internazionale oppure processo nel Paese delle principali vittime, lo Stato di Israele, nato nel frattempo, nel 1947. Quest'ultimo non si lasciò sfuggire l'occasione.

   Per quanto le accuse mosse contro l'imputato fossero così evidenti da prevedere una inevitabile condanna, non fu così semplice chiarire quale fosse la sua responsabilità rispetto ai crimini emersi. Come afferma l'autrice, "c'erano elementi più che sufficienti [...] per impiccarlo. [...] Ma siccome Eichmann si era occupato del trasporto delle vittime e non dell'uccisione, giuridicamente o almeno formalmente restava la questione se a quel tempo egli sapeva che cosa faceva, e inoltre se era in grado di giudicare l'enormità delle sue azioni. In altre parole, bisognava appurare fino a che punto, per quanto sano di mente dal punto di vista medico, era responsabile giuridicamente." 

    Altro elemento da considerare era la questione delle "azioni di Stato", una tesi già sostenuta durante il processo di Norimberga quindici anni prima e ripresa dalla difesa, ovvero dal dottor Servatius. Le azioni di stato, fondandosi su "un esercizio del potere sovrano" restano completamente al di fuori del campo giuridico. Durante le numerose udienze, fu necessario dimostrare la consapevolezza dell'imputato di ciò che stava commettendo e distruggere la tesi dell'ordine di stato, evidenziando la responsabilità di Eichmann, come dei suoi superiori prima di lui.

"L'orrido può essere non solo ridicolo, ma addirittura comico."

Otto Adolf Eichmann
   Ma chi era Otto Adolf Eichmann?
"Un processo assomiglia a un dramma in quanto che dal principio alla fine si occupa del protagonista, non della vittima. Molto più di un processo ordinario, un processo spettacolare ha bisogno che si delimiti bene che cosa è stato commesso e come è stato commesso. Al centro di un processo ci può essere soltanto colui che ha compiuto una determinata azione (il quale sotto questo rispetto è per così dire l'"eroe") e se egli deve soffrire, deve soffrire per ciò che ha fatto materialmente, non per le sofferenze che ha provocato agli altri."

    Al centro del processo, e quindi del libro, emerge l'imputato. Essendo un criminale nazista, ci si potrebbe aspettare un uomo rigido, dall'ideologia razzista, tutto d'un pezzo. Il ritratto che emerge dal libro, e che emerse dal processo, invece, non fu affatto questo. Eichmann appare come un uomo dimesso, che non aveva mai abbracciato consapevolmente l'ideologia nazista, non perché non la condividesse, ma perché, in realtà, neanche la conosceva completamente. Come sottolinea Hannah Arendt, l'iscrizione al partito nazista rappresentò per Eichmann la possibilità di passare da una vita "monotona e insignificante" a partecipante attivo della Storia, o in altre parole da "fallito sia agli occhi del suo ceto e della sua famiglia che agli occhi propri" all'alternativa del fare carriera. Non si iscrisse, quindi, per convinzione o per fede ideologica; non ebbe tempo né desiderio di informarsi bene - come sottolinea l'autrice - e non conosceva neanche il programma del partito o "Mein Kampf": era solo un giovane stufo del suo lavoro di rappresentante in una compagnia petrolifera. 

    Egli stesso affermò di non essere contro gli ebrei, anzi di avere diverse conoscenze nel mondo ebraico, ma di aver dovuto rispettare gli ordini che gli venivano imposti dall'alto. La sua meticolosità nel rispettare tali ordini dipendeva dal suo desiderio di sentirsi finalmente gratificato dalla sua posizione. Non era affatto un individuo creativo, determinato o ingegnoso, non era neanche uno stupido, quanto "semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d'idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo".

   Dopo essere fuggito in Argentina sotto il falso nome di Ricardo Klement, iniziò a disseminare diverse tracce sulla sua vera identità, tanto da chiedersi come mai non fu scovato prima. Durante la sua latitanza, non solo fu raggiunto più tardi da sua moglie e i suoi figli, ma addirittura concesse una intervista a Willem Sassen. Catturato, pare non abbia opposto resistenza e affermato subito di essere Otto Adolf Eichmann. Accusato, rispose di ritenersi colpevole, ma non nel senso in cui lo riteneva tale la Corte (senza mai spiegare, però, in che senso, allora, si ritenesse colpevole). Durante il processo, la sua memoria risultò "difettosa", ripetendo più volte di non ricordare o mostrando imprecisioni nel racconto dei fatti.

    Ecco chi era, dunque, Eichmann. Non un genio del male, non un Macbeth o Riccardo III, ma un uomo "banale" ed è stata proprio questa banalità a renderlo uno dei peggiori criminali del periodo. Giovedì 31 maggio 1962, dopo che il Presidente respinse diverse richieste di grazia da parte di alcuni parenti, Eichmann fu impiccato.

"Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato - la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male."

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