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martedì 25 giugno 2019

Isabela Pojavis, Il giglio dai capelli rossi

     Piccolo. Grazioso. Curioso. 
   Sono state esattamente queste le prime impressioni che ho avuto quando mi sono ritrovata tra le mani il libro di Isabella Pojavis. 
   Puro nel biancore della copertina; infantile - nell'accezione più allegra del termine - nell'illustrazione; accattivante nella tacita promessa della sua brevità.
  Dopo averlo sfogliato, leggendo ogni informazione del paratesto, ho lasciato che mi guardasse dallo scaffale della mia libreria per qualche settimana. Finché mi ci sono immersa. 


  È in "una mattina d'estate come le altre" che il protagonista inizia la sua giornata - "alle 6:23: esattamente sette minuti prima della sveglia". 
   "Il giglio dai capelli rossi" si apre con l'inizio di una giornata qualunque di un uomo qualunque, che racconta in prima persona quanto accadutogli in un tempo imprecisato. Ancora inconsapevole di ciò che sta per accadere, egli compie i gesti comuni della sua quotidianità - controlla le email, si fa una doccia, si veste, si reca al bar per la colazione - finché non gli viene rivolta una domanda inusuale: "Ho vissuto molte vite, e lei?"
    L'incontro con una donna dai capelli rossi, che decide senza preamboli di raccontargli la sua prima vita, lo disorienta. I sette minuti di anticipo al suono della sveglia, forse,  hanno fatto la differenza, preannunciando un corso degli eventi inaspettato: sette, di fatto, saranno gli incontri che avverranno con quella donna misteriosa, sette le vite di lei, sette i capitoli, che portano ognuno il nome di una emozione o di un sentimento, come paura, rabbia e gioia.
     Il perché di questi incontri apparentemente casuali non esiste. "Non si ponga troppe domande su questi incontri, avvengono e basta. Io ho bisogno che lei sia qui ad ascoltarmi e lei ha bisogno di me che racconto, nessun fiore ha i petali tutti uguali!" - chiarisce la donna dai sette nomi.

    Profondamente simbolico, quanto semplice nella narrazione, le sole 82 pagine procedono incuriosendo il lettore, in un gioco sottile di rimandi e allusioni al significato degli oggetti disseminati lungo i dialoghi tra i due semi-sconosciuti. La bussola è, ad esempio, uno degli elementi simbolici citati dalla donna, quando afferma che spesso le persone credono di essere nel luogo e nel momento sbagliato solo perché la loro bussola si è rotta o è andata persa, quando, in fin dei conti, a cambiare è stata solo la percezione della stessa realtà.

"Indossare le scarpe di qualcun altro è come camminare insieme a lui."

   Il libro contiene delle illustrazioni che concentrano l'attenzione su determinati particolari del testo. Tra questi, il paio di scarpe da cui fioriscono i gigli è senza dubbio il più suggestivo, tanto da essere ripreso nella copertina. Le scarpe imprigionano i piedi, appesantendoli e affaticandoli, come fossero una gabbia alla possibilità di libero movimento. Sebbene la donna, in un primo momento, racconti di aver indossato le scarpe di un uomo amato, poi deciderà di rinunciarvi del tutto e camminare scalza. Le scarpe, dunque, ormai inutilizzate, non possono che essere vasi, la cui staticità diventa terreno fertile per i gigli, per i piedi lasciati liberi di esplorare, per i punti di vista che si moltiplicano, come le vite del personaggio femminile.

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