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martedì 23 gennaio 2018

Steinbeck, Uomini e topi

   Bastano poche decine di pagine per annullare le più solide barriere di tempo e spazio, e la maestria di un autore come Steinbeck,  Premio Nobel per la Letteratura, per ritrovarsi nell'America degli anni '30 e venirne gradualmente assorbiti. 

   Chi non ha ancora letto questo libro deve assolutamente rimediare - meglio dirlo sin da subito. Io mi ci sono imbattuta per caso, avendolo scovato in un negozio inglese di articoli di seconda mano a una cifra irrisoria, ma se non fosse stato estratto a sorte dal gruppo di lettura di cui faccio parte, dietro mia proposta, probabilmente avrei aspettato ancora a leggerlo, sommersa da romanzi accantonati da perfetta accumulatrice seriale. In un giorno l'ho terminato e allora mi sono chiesta non solo perché non l'avessi letto prima, ma anche perché non venga consigliato a dovere. Con questo proposito - consigliare caldamente il romanzo in questione - torno a scrivere sul blog, battezzandone ufficialmente il nuovo aspetto.

   "Uomini e topi" si apre con una delle poche ma decisive descrizioni del paesaggio naturale, da cui sbucano due figure, sempre più vicine, quelle di Lennie e George, che accompagnano i lettori fino alla fine del romanzo. Nonostante il cognome, Small ("piccolo" in inglese), Lennie è un omone, alto e robusto, che non riesce a controllare la sua forza, utilissima nel lavoro da bracciante che svolge. A causa di un ritardo mentale, quel corpo enorme, però, nasconde l'identità di un bambino, che si affida all'amico George Milton. I due devono raggiungere un nuovo ranch, in cui iniziano ben presto a lavorare.
   Le dinamiche che si instaurano tra gli abitanti del ranch, dallo scontroso Curley al lavoratore di colore Crooks, fino alla seducente moglie del primo, delineano una fine sempre più inevitabile, in cui Lennie rimarrà "schiacciato", come i topi che ama catturare per accarezzare.
   Lennie adora passare il suo tempo coccolando gli animali dal pelo morbido che spesso, nella realtà da loro vissuta, si rivelano essere topi, uccisi accidentalmente dalla sua forza magistrale. L'immagine del topo, al primo posto nel titolo originale "Of Mice and Men", rispecchia quella di Lennie e George, spesso ai margini della società perché considerati solo corpi da lavoro. Il titolo, inoltre, richiama i versi di una poesia dell'autore scozzese Robert Burns, dedicata proprio a un topo: "The best laid schemes o' mice an' men / Gang aft agley" in "To a Mouse".
   Così come i topi, esseri ripugnanti per eccellenza, vengono accarezzati da Lennie, quest'ultimo, semplice lavoratore, rozzo e anche ritardato, viene coccolato dal sogno di possedere una terra tutta sua, dove poter accudire degli animali. Tale sogno viene dolcemente fomentato da George, il quale, se da un lato considera il compagno una vera e propria zavorra, dall'altro, mosso dal sentimento raro della pietà, lo prende sotto la sua protezione e trova anche lui un caldo riparo alle sofferenze quotidiane nel sogno di un appezzamento di terra. Ma Lennie e George, come i vinti verghiani, non sono destinati a realizzare tali speranze, così lontane dalla loro condizione, e il finale tragico sottolinea questa impossibilità. 
   Leggere il libro in lingua originale è sicuramente un valore aggiunto, dal momento che l'autore si attiene a un registro tipico delle persone di bassa estrazione sociale, utilizzando  nei numerosi dialoghi un linguaggio colloquiale, caratterizzato da abbreviazioni, intercalari e anche da parolacce. A esso, si alterna un registro più elegante utilizzato nelle rare descrizioni. Pavese tradusse il testo per Bompiani, ma le ultime edizioni sono di un altro traduttore. Qualunque sia la lingua e il traduttore, posso confermare che, nonostante il registro basso dei personaggi, il linguaggio non è mai volgare, ma assolutamente realistico: i braccianti della California degli anni Trenta non potrebbero parlare diversamente.
   La lettura del libro si consuma in poco tempo e gradualmente la realtà misera rappresentata suscita compassione e interesse, nonostante la narrazione sia asciutta, essenziale e diretta. C'è un candore, di volta in volta più evidente, nel desiderio di accarezzare i topi e una compassione fraterna tra i due protagonisti tali da permettere un attaccamento a Lennie, a George e al loro puro e unico sogno, nonostante la crudezza che li caratterizza.
   Ci sarebbe molto da dire sul finale, ma ovviamente sorvolo, augurandovi di sperimentare presto - qualora non l'aveste già fatto - l'esperienza di lettura di "Uomini e topi".

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