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lunedì 29 gennaio 2018

Dostoevskij, Delitto e castigo

   Quando si citano i grandi autori classici, come quelli russi, si avverte sempre una sorta di tacita riverenza nei confronti delle loro opere, eppure, quando si cerca di approfondire l'argomento, si finisce spesso con l'ammettere di non averle lette. Frasi come "in realtà, non l'ho ancora letto" oppure "non ho ancora trovato il tempo di leggerlo" sottolineano la consapevolezza della propria mancanza e l'intenzione di rimediare, prima o poi
   Un titolo come "Delitto e castigo" sembra quasi ruggire nelle orecchie dei lettori penitenti, perseguitando la loro lista ideale delle prossime letture, ma viene poi preceduto da altri libri ritenuti più leggeri, attuali o interessanti. Ho fatto anch'io lo stesso per un po': ho tergiversato, dando la precedenza ad altri romanzi, per poi ripiombare, più desiderosa e convinta che mai, sui classici che mancavano all'appello e chiedermi: "Perché non li ho letti prima!?". 
   Con questo post, vorrei incoraggiare tutti i lettori ancora titubanti a superare qualsiasi remora e a buttarsi sui pilastri della letteratura, come "Guerra e Pace", "Anna Karenina", "Cime tempestose", "Don Chisciotte" e così via. In particolare, l'invito di oggi si concentra su "Delitto e castigo", capolavoro del 1866 di Dostoevskij.

    Il romanzo verte sul misterioso piano del protagonista Raskòl'nikov, che, nel corso dei primi capitoli, si fa sempre più esplicito, fino a concretizzarsi in un delitto: il duplice omicidio di una vecchia usuraia e l'imprevista uccisione anche della sorella di lei, capitata inaspettatamente a casa. Il narratore, in terza persona, coinvolge il lettore nei turbamenti emotivi del giovane ventitreenne, soffermandosi sull'ansia dovuta all'attesa, sull'indecisione della fase preparatoria, nonché sugli effetti fisici, psicologici e emotivi del delitto ormai compiuto, quali l'immediata febbre, il timore di essere scoperto, il malessere interiore. A questi sentimenti, si alterna l'orgoglio del proprio gesto, dettato da un motivo talmente ragionevole - secondo la teoria si Raskòl'nikov - da rendere inevitabile quanto commesso. Da studente di legge, di fatti, il giovane omicida sostiene una visione machiavelliana che ricorda il principio "il fine giustifica i mezzi": attraverso numerosi riferimenti alla grandiosità di Napoleone, Raskòl'nikov afferma che più è grande la persona, più le gesta da compiere per raggiungere il bene possono risultare brutali. La grandiosità dell'intento, quindi, giustifica eventuali e necessari delitti.
    L'usuraia uccisa è un'anziana a cui si rivolgono persone disperate che necessitano di denaro, tra cui lo stesso protagonista. Il motivo per cui decide di commettere il delitto, però, non è affatto economico, come si potrebbe pensare. Raskòl'nikov, sebbene povero, è molto generoso, sia con la madre e la sorella a cui è fortemente legato, sia con gli sconosciuti, come dimostrano alcuni episodi raccontati. Inoltre, il bottino prelevato a casa della donna, viene accuratamente nascosto e quasi abbandonato. Egli è convinto della sua grandiosità; a ragion di questo, la vera pena consisterà nel veder traballare la sua premessa.
    A proposito di pena, il titolo originario, correttamente tradotto, è "Il delitto e la pena", riprendendo il trattato di Beccaria intitolato "De' delitti e delle pene". Il romanzo, dopo aver descritto il delitto - e soprattutto, i sentimenti e i turbamenti ad esso legati -, si concentra sulla pena del protagonista, ovvero sul suo lungo cammino di purificazione interiore che culminerà nel castigo. Il vero castigo, però, non è quello giuridico, quanto il percorso che conduce al pentimento. In tale percorso, è affiancato da una ragazza conosciuta casualmente, Sonja, anch'ella molto povera, per cui costretta a prostituirsi per aiutare economicamente la famiglia.

    Il romanzo è ricco di spunti di riflessione e dialoghi interessantissimi. La lettura si snoda senza esitazioni tra gli episodi che coinvolgono il protagonista e le vicende collaterali relative agli altri personaggi: il tutto è intrecciato in modo da alimentare costantemente la curiosità e il coinvolgimento del lettore. Il linguaggio è chiaro, la narrazione dettagliata, ma mai superflua.
    Leggete, leggete, leggete "Delitto e castigo", un romanzo di formazione, di stampo esistenzialistico, con riferimenti storici e filosofici, ma essenzialmente... un antenato del thriller!

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